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4.6.12

Cecilia Jones e l'ultima crociata, ops, scalata

Ieri avevo annunciato che andavo a dare l'addio ai monti sloveni.

Intendevo una cosa così, generale, una saluto da valle, una passeggiatina al sole, un po' di malinconia.

Ma si sa, questa è la Slovenia, e le cose tocca sudarsele, faticare.

Così siamo partite, io, Gesche-dice-sempre-di-sì e Verena, verso le 9.30 di mattina.
Avevo avuto addirittura il tempo di lavarmi i capelli, per non sembrare una zingarella sulle foto.
Il tempo prometteva bene, ridevamo di quelli delle previsioni del tempo che avevano gufato ed annunciato pioggia.

Io fotografavo dal finestrino tutte le montagne che vedevo, e a ognuna rivolgevo un mesto saluto:
ciao montagnetta, ci rivedremo, spero.
ciao montagnola, mi dispiace non averti scalata.
ciao montagnona, mi ci vorrebbero anni di slovenità prima di raggiungere la tua cima.

E mi ripetevo come un mantra l'addio monti sorgenti dall'acque ed elevati al cielo per trattenere le lacrime, e scattavo a destra e manca, con la macchinetta fotografica che ogni 5 minuti si metteva in sciopero.

Poi a un certo punto siamo sconfinate in Italia.
Ma ci pensate? Vivere in un Paese in cui per arrivare più velocemente a destinazione tocca passare per un altro Paese? In Italia ci siamo fatte una foto in riva a un lago sbucato per caso da dietro una curva.


E già là il tempo ha cominciato a dar retta ai metereologi gufoni.

Munite di 300 cartine, tedesca e austriaca cercavano mete su cui avevano preso appunti.

Invece ci siamo fermate - di nuovo in Slovenia - in riva al fiume, e come giovani marmotte caprette ci siamo messe a scalare i massi. Io portavo delle scarpe da ginnastica di 5 anni fa, comprate a 10euro a un negozio-mercatino. Gesche portava scarpette ballerine. L'austriaca aveva il ginocchio della lavandaia bardato da una rigida ginocchiera.

Nonostante tutto, avendo scorto da lontano una cascata, abbiamo deciso di avventurarci fra le rocce viscide, sotto una pioggerellina scozzese che mi ha permesso di scoprire che la mia giacca impermeabile non lo è più.


La cascata non l'abbiamo più vista, in compenso siamo arrivate in riva a un impetuoso fiume.
Io mi ero portata addirittura un asciugamanetto in caso fossi entrata in acqua fino a mezza gamba come faccio di solito. Ma questo fiumiciattolo non mi sembrava così invitante e mi sono accontentata di zompare nelle pozzanghere.


Nuvoloni neri ci hanno accompagnato di ritorno alla macchina, ma non ci siamo arrese.
Abbiamo ignorato il tempo e cercato un posto per mangiare.
Crespelle alle noci per me che mi ero comunque portata due paninozzi nello zaino.

Purtroppo la pioggia continuava imperterrita, il navigatore della macchina ci disorientava e così siamo finiti in posti di cui non ricordo i nomi in ordine, fra cui Kobarid, Tolmin, Bovec.

Tutti luoghi di guerra, dove è morta un sacco di gente, e le ferite sono ancora aperte.



Noi cercavamo la valle dell'Isonzo, ma ingannate dal navigatore ci siamo addentrate per chilometri e chilometri su una strada sterrata in mezzo ai boschi nebbiosi e grondanti.

Abbiamo trovato una mucca in posa e un cancello minaccioso a sbarrarci la strada.
E un bunker buio da brivido.
Siamo scappate a gambe levate.



E insomma, questo Isonzo, un po' stron--,  non voleva proprio farsi trovare.

Con la nostra nulla conoscenza dello sloveno abbiamo immaginato che un cartello ci indicasse una piacevole passeggiatina in discesa di 10 minuti che ci avrebbe portato in riva al fiume.
Abbiamo camminato per mezzora in discesa in un boschetto scivoloso e con umidità a 90° (giusto un anticipo del mio futuro fra 3 settimane). Siamo sbucate davanti a un bar, che evidentemente si chiamava in riva al fiume, ma il fiume non c'era.
La strada in salita ci ha tolto le ultime forze.

Ed ecco che quando meno ce lo aspettavamo, come al solito, girando a destra invece che a sinistra ed andando giù invece che su (come non abbiamo pensato che di solito le valli sono in basso?) ci siamo ritrovati all'entrata del fiume.

Non che i fiumi abbiamo una porta, ma qua in Slovenia le parti più spettacolari delle valli vengono incapsulate in parchi nazionali e tocca pagare il biglietto d'entrata; è pur vero che con i soldi provvedono alla manutenzione dei sentieri, dei ponti, ponticelli, balaustre, panchine e simili.

Erano già le 5 e temevamo di non fare ritorno vive a Lubiana.
Ma ci siamo avventurate lo stesso, perché era da ore che cercavamo 'sto posto e non potevamo mica tornare indietro sul più bello.

E quindi con un residuo di energia tirato fuori da chissà dove, con le scarpe a suola liscia e i pantaloni inzaccherati, i capelli luridi (e menomale che mi ero svegliata presto per lavarmeli ed essere fotogenica) e il fiato corto, abbiamo infine passeggiato a ritmo serrato per la valle dell'Isonzo.

Ora, avete presente Indiana Jones quando deve attraversare il ponticello di legno traballante con sotto lo strapiombo?

Ecco come ieri ho scoperto di soffrire di vertigini.



E così si è conclusa la nostra ricerca, perdendoci per l'ennesima volta anche nel parco nazionale e con ritorno a casa sotto una luna quasi piena, con 3 ore di ritardo rispetto alla tabella di marcia,  ma ancora tutte intere.

3.6.12

Addio Monti

Ho sempre pensato che ciò che siamo, oltre alle ovvie influenze della famiglia e degli amici, è determinato anche dai cartoni animati che abbiamo visto da piccoli (ma di questo parlerò un'altra volta) e dalla letteratura che la scuola dell'obbligo ci ha propinato.

A me al liceo hanno fatto imparare l'Addio Monti di Manzoni.
A memoria.
E mentre le ragazzine di adesso impazziscono per le canzoni di Justin Bieber, One Direction e Lady Gaga (mi sono fatta una cultura musicale a lavorà alle elementarimedieliceo qui), io esprimevo la mia disperazione giovanile recitando l' Addio Monti.

Vi ho già parlato del posto dove andavo in vacanza da piccola ed adolescente

http://comeniusinslovenia.blogspot.com/2011/08/il-piacere-dellozio.html

Un minipaesino fra le montagne, ai tempi in cui non c'erano né cellulari, né internet e noi non avevamo neppure il telefono fisso a casa. Andavamo in cabina, con i gettoni, a chiamare.

Le passioni scattavano a volte con i maschietti del paesello di fronte, e gli appuntamenti erano qualcosa che si riusciva a fissare tramite il bocca a bocca, o con un canocchiale.
Ebbene sì.
Quando stavo con Daniele, e lui doveva scendere dal suo paesino in motorino io ,tipo
Raperonzolo, salivo al piano più alto di casa, o direttamente all'orto, e scrutavo con il canocchiale l'orizzonte, e tendevo l'orecchio, per scorgere all'orizzonte un puntolino smarmittato che scendeva dalla collina antistante.

Poi l'estate finiva.
E queste relazioni amorose non superavano settembre.
Ci si scriveva lettere.
Magari una telefonata.
E poi tutto congelato fino all'anno successivo.

Sulla via del ritorno io e mia sorella in lacrime recitavamo a bassa voce l'Addio Monti, copiato dal libro di letteratura e scritto su un foglio appositamente per questo rituale struggente.

Oggi vado a dare l'addio ai monti sloveni.
Non che io abbia scalato altro che colline qua.

Però le montagne erano sempre lì, innevate sullo sfondo, e sbucavano all'improvviso, al girare un angolo, all'uscita dall'autostrada, nei nostri giri e gite.

Le montagne rappresentano un po' gli sloveni come li vedo io.
Ben piantati su due piedi, alti, apparentemente un'impresa conquistarli, forti nelle difficoltà, stoici, coperti di nubi o splendenti di sole.

Sono in vena di metafore e simili in questi giorni, capitemi.

E così oggi me ne vado a recitare l'Addio Monti nella valle dell'Isonzo (o Soča, come lo chiamano qua).

Che credevate, che avrei scalato il Triglav? (ndr: la montagna più alta della Slovenia).

2.6.12

Tiro al bersaglio

Ieri sera, dopo aver passato la giornata in camera come un leone in gabbia, ho ricevuto un messaggio di Gesche-dice-sempre-di-sì che mi proponeva di andare al baretto di sempre, perché c'era in programma una serata africana.

Il baretto in questione si trova a 2 minuti a piedi da casa mia, quindi è proprio impossibile dire di no.

Questo è il vantaggio di vivere in centro centrissimo e il motivo per cui non mi pento di aver pagato un affitto più alto di tutti i miei amici. Il poter uscire di casa 5 minuti prima di qualsiasi appuntamento ed essere sempre e comunque la prima ad arrivare.

Soprattutto perché, giusto una mezzora prima avevo deciso di festeggiare l'anniversario del ricevimento della lieta novella (vedi post precedente) spendendo la bellezza si 2.29€ per comprarmi questo.

Dunque ero in overdose di zuccheri e rimbalzavo per casa da una parte all'altra  come una pallina in un flipper.

Quando siamo arrivare al baretto c'erano i soliti noti.
Ljubljana è piena di bar e questo è gestito da un francese che lo ha aperto più come punto di ritrovo per i suoi amici che per fare soldi.

Ho ordinato una camomilla, ho chiacchierato con Gesche dei nostri piani indefiniti, ho conosciuto un tedesco spettinato con un'opinione completamente diversa rispetto a me sulla Slovenia, e ho giocato a freccette.

Io sono mezza ciecata.
Ve l'ho già detto.
L'occhio destro sta per i fatti suoi, non collabora, e mi fa venire il mal di testa quando lo tengo troppo davanti al pc.
L'occhio sinistro c'ha la vista d'aquila, è un gran lavoratore, cattura immagini senza sosta.


Il fatto che i miei due occhi siano così diversi implica una serie di conseguenze:

1) a volte sulle foto c'ho l'occhio sinistro che guarda dritto e il destro che si è scordato di guardare. Ho lo sguardo misterioso come la Gioconda.
2) non prendo bene le misure delle distanze. Sbatto contro tutto. Sono piena di lividi. Quando scendo le scale o una montagna non percepisco quanto lungo devo fare il passo e a volte mi insacco le caviglie o distruggo le ginocchia.
3) sono una campionessa di freccette.

Un po' di anni fa giocavo a freccette quasi tutti i fine settimana.
Vivevo in Spagna in una cittadina dove quello era il massimo a cui si potesse aspirare un venerdì o sabato pomeriggio.

Il mio stile consiste nel:
- lanciare una freccetta a caso
- dare un'occhiata al tabellone per vedere dove si è piazzata
- chiudere l'occhio ciecato
- puntare la successiva freccetta rispetto alla prima, senza guardare effettivamente il bersaglio
- fare un sacco di punti con le successive due freccette

Ieri sera ho strabiliato tutti con questa mia strategia.

Anche perché quando lancio le freccette, lo faccio con tale foga che si sente un tonfo sul bersaglio, che accusa i miei colpi silenzioso. E gli avversari si intimoriscono.

Però non faccio mai centro.
Io il centro non lo vedo proprio.
Mi si confonde fra tutti gli altri colori., numeri, gente che passa schivando frecciateette.

Se faccio centro è sempre per caso, durante il lancio ad occhi quasi chiusi della prima freccetta indicativa.

E ieri pensavo che questa è un po' la metafora della mia vita.
Tirare a casaccio e poi aggiustare la mira dovunque io mi trovi.

Che è un male perché non focalizzo mai.
Che è un bene perché ovunque io mi trovi riesco a piazzare le mie frecce e i miei punti.

1.6.12

Un anno fa

Scusate se questa storia l'avete già mezza letta a mozzichi e bocconi qua e là.
Ma oggi, a un anno da quel momento, voglio riproporla per parlare di qualcosa di positivo.
Dei sogni che diventano realtà, dei cambiamenti, del cuore che si spezza e mi ricorda che sono viva.

Esattamente un anno fa ero in classe, una di quelle classi difficili, con una di quelle professoresse di mezza età (come alunna) che studiano l'inglese chissà perché e che vogliono decidere loro che esercizi fare, perché tu, cara mia, non hai mica i miei anni di esperienza e che ne vuoi sapere.

Mi fumava il cervello, fuori ci dovevano essere almeno 35°, si avvicinavano gli esami finali, gli alunni erano nervosi perché quel livello di inglese era per molti quello richiesto per fare Master, prendere abilitazioni, andarsene in erasmus.
Era una classe con cui dall'inizio non ero andata molto d'accordo.
Faticavamo, arrancavamo.

Stavo spiegando qualcosa e all'improvviso vedo una chiamata sul cellulare spagnolo.
Di mia madre.
Dall'Italia.
Che in 12 anni in Spagna non mi aveva mai chiamata sul cellulare spagnolo.

Forse anche lei era incoscientemente cosciente del peso della notizia che stava per darmi.
E non poteva mandarmela per messaggino, come fa quando vuole dirmi di ti è arrivato un pacchetto. Che tempo fa lì da te? Qui piove! Per il pranzo di Pasqua ho preparato queste prelibatezze (che tu non mangerai perché non ci sei, tié!).

Io il telefono lo tengo senza suoneria e lo uso come orologio.
Anche come allarme-sveglia durante i corsi di lingue, per ricordarmi che dopo due ore di lezione magari devo fare una pausa se non voglio rischiare di uccidere qualcuno per overdose di grammatica, ascolti, esercizi, bla bla bla.

Quel giorno lo avevo guardato proprio per vedere l'ora.
O forse perché avevo avuto una premonizione.

Comunque, ritornando a noi, mia mamma mi aveva chiamata.
E io, che già sudavo le sette camicie, avevo avuto paura.
Paura che fosse successo qualcosa a qualcuno degli anziani della mia famiglia.
Paura di qualche incidente, disgrazia.

Non ho pensato a niente di positivo, ma come un automa ho detto agli studenti di fare un esercizio, che era un'emergenza familiare e sono uscita dalla classe con il cuore in gola.

Ho chiamato mia mamma, e per 3 minuti buoni abbiamo parlato senza capirci.

Lei mi diceva è arrivata e io pensavo, nel mio cervello dialettale-colloquiale, che qualcuno della mia famiglia era arrivato di cervello (ndr: impazzito), lei mi diceva che era successo di mattina e io pensavo ma com'è allora che mi avverti solo ora, lei mi diceva che l'aveva presa il portiere e io immaginavo ambulanze, chiamate telefoniche frenetiche, corse all'ospedale.

Poi ha detto la parola magica:
Lubiana.

Lubiana?

Sì, sì, mi ripeteva. Non è a Lubiana.

Ma chi, cosa, come, quando, perché?

E infine il cervello e le voci si sono sintonizzate.

La lettera, è arrivata la lettera.
Ti hanno presa per il Comenius.
Però non è a Lubiana.

E io ho cominciato a piangere.
Lì, nel corridoio, a due passi dalla mia classe.
E non ci capivo più niente e dovevo tornare dentro a lezione.

Mandami un messaggio con il nome della scuola.

E poi il giorno successivo era il 2 giugno e loro non andavano in ufficio e non mi potevano scannerizzare la lettera per mandarmela.
La lettera che era tutta in sloveno, e che i miei genitori avevano cercato di tradurre un po'.
Per dirmi che si trattava di una scuola elementare, in un paesino che come si pronuncerà (ndr: Grosuplje si pronuncia Grosuplie).

Sono rientrata in classe che davvero volevo promuoverli tutti.
Sono rientrata in classe ma il cervello era già altrove, quell'altrove in cui mi trovo ora e che dovrò lasciare fra 25 giorni.

Sono rientrata in classe che piangevo, annunciando che me ne andavo.
Da una Spagna incasinata, ferita, disastrata, al collasso.
Me ne andavo a respirarmi una boccata di aria fresca altrove.

Così è stato.
Una lunga boccata di aria fresca durata un anno.

Sto confondendo tutti con i miei post in questi giorni.

Chiariamo.
Stamattina ho comprato il biglietto di ritorno con Ryanair.
Torno a Murcia (via Trieste - Valencia), dovre insegnavo prima, perché c'è il corso intensivo di luglio ad attendermi.

Ma si vede che neppure Ryanair è convinta di questa scelta, perché non mi mandano la conferma dell'acquisto per email.

A quelli che mi chiedono quali sono i miei piani per il futuro (dopo luglio) dico che quest'anno mi ha insegnato a non pensarci troppo. Che i momenti migliori sono stati quelli improvvisati.

Viaggi, passeggiate, risate, gelati, mare, montagna, lago, sole, pioggia, neve.
Ragazzini, sorrisi, insegnare, colorare, cantare.
Pagliacciate.
Svegliarsi all'alba, camminate, biciclettate, vagabondaggi.
Foto, foto, foto, foto.
Valigie fatte, disfatte, zainetti.
Un tatuaggio.
Treni, aerei, macchine, pullman, scarpe consumate.
Amici, sorrisi, colleghi, onestà, fiducia.


Questo è stato quest'anno.

Ieri cercavo parole non mie per esprimere ciò che sento e ho trovato queste righe di un libro, che cercherò e leggerò magari sulla via del ritorno:

“You get a strange feeling when you're about to leave a place, like you'll not only miss the people you love but you'll miss the person you are now at this time and this place, because you'll never be this way ever again.”  
Azar Nafisi, Reading Lolita in Tehran

(Traduzione: si prova una strana sensazione quando si sta per lasciare un posto, del tipo che non solo ti mancheranno le persone a cui vuoi bene, ma ti mancherà anche la persona che tu stesso sei ora, in questo tempo e in questo luogo, perché tu noN sarai mai più come sei ora.)

Poi, dato che ieri sera non riuscivo a dormire, mi sono messa a pensare a come sono io ora, a cosa mi lascerò alle spalle. Eccovene una spiegazione fotografica.

31.5.12

VITA DA CANI ... CICCIONI ...

Vita da cani, sì.
Non la mia!

Giuro che smetto di lamentarmi.
Almeno per oggi.
Domani ricomincio con gli snif snif, ueeeeeee ueeeeeee, sob sob e compagnia bella.

Oggi ho lo stomaco talmente pieno che non riesco neppure a dormire.

Ho fatto colazione alle 5.30 perché dovevo andare a scuola presto.
Con mezzo pacco di biscotti, che li ho comprati in sconto che scadono fra 2 giorni e allora tocca papparseli veloce veloce.
Sono arrivata a scuola e c'erano in sala professori non so quanti chili di ciliegie ad attenderci. Perché il cervello dei prof. ha bisogno di vitamine e antiossidanti.
Così mentre preparavo materiali, una ciliegia tira l'altra e ne avrò mangiate un centinaio.

Poi sono andata a pranzo, a mezzogiorno, e ho deciso di farmi una foto con le cuoche (che però non posso pubblicare perché è venuta tutta sfocata).
Questo gesto a loro ha fatto molto piacere e così mi hanno riempito il vassoio a dismisura.
Riso, verdure, insalata, uva e neppure mi ricordo che altro.

Proprio oggi riflettevo sul fatto che, al ritorno in Spagna, non avendo più la mensa e con il caldo che fa, perderò 7kg in 7 giorni. Dovrò riabituarmi a fare la spesa e ad usare pentole e affini.

Verso le 2 mi sono mangiata una banana.

E poi sono andata a pranzo da Sabina con altre 3 prof.
Sì, avete capito bene.
A pranzo.
Il secondo pranzo nel giro di tre ore.
Pizza, pasta, insalata, dolce alle noci e crema, gelato.

E io che pensavo che in Slovenia sarei diventata ginnica e magra!

Sono tornata a casa alle 5 e mi sono distesa.
Sto ancora distesa e penso che non mangerò fino a dopodomani.


Quindi vi lascio con queste foto di vita da cani che erano in balia di un post rimasto bozza da parecchi mesi e vi ricordo, se fate la dichiarazione dei redditi in Italia, che potete donare il 5x1000 al canile di mia sorella.
Guardate qui:
http://comeniusinslovenia.blogspot.com/2012/05/5-x-1000-chi-lo-posso-destinare.html






In città, soprattutto quando fa caldo, ma anche in inverno, supermercati, bar e ristoranti si attrezzano con ciotolone d'acqua per cani! Ai tavolini all'aperto è sempre pieno di cagnoloni con i loro amici a due zampe, e alcuni la fanno proprio da padrone in alcuni bar (essendo i cani dei proprietari).



In Slovenia non si vedono in giro cacche di cane.


Ai laghi i cani non possono entrare in acqua (o almeno credo nelle zone indicate da questo cartello) e devono essere portati al guinzaglio.



Su questa spiaggia di Portorose i cani non possono entrare

Dalle vostre parti i cani come vengono trattati?
Qui li amano moltissimo e quando raccontavo che nei canili spagnoli vengono ancora soppressi lo sconcerto è arrivato alle stelle. Gli sloveni amano e rispettano la natura e io amo questo Paese anche per questa ragione.

30.5.12

Datemi i kleenex

Sono le 10.45, sono a scuola e ho rischiato di piangere due tre volte.

Ero in corridoio, direzione lezione di italiano, c'erano un gruppetto delle ragazzine del mio cuore sedute sulle panche in attesa di un'altra lezione.
Non ricordo cosa mi hanno detto, mi sono messa a parlare sloveno, e poi ho detto che me ne vado.
Hanno fatto delle facce che quasi mi casca il mondo.

No, non te ne puoi andare.
No, non è giusto.
Maestra, noooooo.
 Maaaaaaaaaestra, ma se parli sloveno ormai, no, devi rimanere.

Ho guardato in quegli occhi e zack, la prima lacrima. 
Sono dovuta scappare via, anche se mancavano ancora 10 minuti a lezione.

15 minuti fa, qua in sala professori, viene Pia a cercarmi.
Ieri avevo detto a lei e a Lucija a lezione di italiano che me ne andavo.
Perché fondamentalmente non ho imparato lo sloveno.
(non mi andava di spiegargli gli altri 3000 motivi, sono troppo giovani per pensare a contratti a tempo indeterminato, affitti da pagare, processi e simili).

Oggi insomma viene Pia a cercarmi e mi da una fotocopia.
Di una pagina del suo libro di grammatica slovena.
Quella con le declinazioni che io non sono riuscita a imparare.

Studiatela, e così puoi rimanere.

Ho ancora il groppo in gola.
E le lacrime che stanno lì pronte a uscire come le cascate del Niagara.

Cavoli, oggi addirittura i quattordicenni di anno IX sono stati buoni.
Hanno riso allle mie cretinate.
Hanno ascoltato tutto.
Non hanno cominciato a preparare lo zaino 5 minuti prima della fine della lezione.

Ecco, ora scappo al bagno a piangere un po'.   

28.5.12

La mia nemica ...

È ufficiale.
Torno.
(in Spagna)
Fra l'altro pure prima del previsto.
E per lavorare.
Già da luglio.

Ieri è tornata pure la mia neamica emicrania, a ricordarmi come erano belli quei fine settimana passati insieme a letto, io, lei, un limone per togliere la nausea, le mie fedeli medicine scozzesi stroncaelefanti, una pezza fredda sugli occhi e il cervello pieno di chiodi.

Questo post quelli che l'emicrania non ce l'hanno mai avuta non lo capiranno, ma non si può mai dire mai, quindi leggete tutti e fatevi una cultura.

Io le ho detto, cara emicrania, non ti sei fatta vedere per un anno, non è che andresti a fare nemicizia con qualcun altro?

Ma lei niente, voleva stare proprio con me, non mi ha abbandonata neppure un minutino.
Le ho provate tutte, dormire, drogarmi, vomitare, fare stretching, sedermi in balcone, bere tè, litri e litri d'acqua, camomille.

Poi quando ormai avevo dei sexyssimi occhi verdi (mi succede quando mi si infiamma il cervello a cresta di gallo che mi ritrovo) ho pensato che magari su internet c'era qualcosa di miracoloso. In fondo non avevo niente da pardere. E così mi sono messa a smanettare, un occhio aperto (quello sinistro, perché il mio cervello emicragnoso è il destro), e ho googlato parole della serie: relax emicrania magic video natural sounds quitar migrañas.
Proprio così, scritto in 3 lingue, mi ci mancava giusto parlare sloveno.

E ho trovato questo.





Io ero in fase zombie ormai, quindi pure l'occhio che riuscivo a tenere aperto si rifiutava di guardare il video e ho solo ascoltato i suoni. Fra l'altro non avevo le cuffiette e dunque le frequenze hertz si mescolavano ai tubamenti dei piccioni sul mio davanzale.

All'inizio fa venire tipo la nausea.
Poi ti fa desiderare che finisca presto.
Nel frattempo però noti come l'inferno che hai nel cervello si trasforma in purgatorio.
Ti senti un po' in riva al mare, con la risacca delle onde.
Non un'isola tropicale, ma piuttosto un trucido porto sudeuropeo.
Di quelli coi pesci morti a pancia in su, le chiazze d'olio e le bottiglie vuote.
E poi all'improvviso così com'è cominciato si interrompe.
E tu ti rendi conto che per 8 minuti hai trattenuto il fiato e hai temuto di essere vittima di qualche messaggio subliminale che ti spingerà a donare tutti i tuoi soldi all'inventore di questo sciacquettio luminoso.

Invece no.
Ti addormenti.

Purtroppo hai scordato di spegnere il cellulare e ti arriva un messaggio squillante di tua mamma che ti chiede se l'emicrania ti è passata.
E l'emicrania, chiamata in causa torna.
Tutta pimpante ti tiene sveglia fino alle 23.49, quando ormai allo stremo delle forze decidi di prenderti una doppia dose di droga scozzese e chi s'è visto s'è visto.

Ti risvegli alle 5 e l'occhio incollato non si apre.
Decidi di mandare un messaggio a scuola e dire che arriverai tardi perché fra l'altro non hai neppure lezione e ci vai solo per preparare esami.
Ti risvegli alle 8 con il cervello come un toast tiepido, ruvido, con la marmellata appiccicosa piena di mosche ronzanti.

Ti fai una doccia e arrivi a scuola con l'affanno e pensi che menomale che non hai lezione.
E invece per favore per piacere per carità puoi sostituire la prof. dei più cattivi di scuola, che verrà a metà lezione o forse non verrà proprio, e non c'è assolutamente nessuna attività preparata, ma il cervello è ancora così dolorante e lo è stato per talmente tante ore, che i 45 minuti fra le belve ti fanno un baffo.

E poi corri di qua, corri di là, scrivi, stampa, copia, pranza, spiega, torna a Lubiana, e sei seduta in sala professori e ti aspettano altre 6 ore di lezioni pomeridiane e ti rendi conto che il dolore se n'è andato e sei talmente felice che baceresti il prof. seduto accanto a te.
Non fosse che è gay, e che porta una maglia arancione fosforescente e l'emicrania ama certi colori e potrebbe tornare.

Pussa via.