E dico viaggio, non ritorno a 'casa'.
Per quello c'è ancora tempo una settimana.
La mia macchina fotografica ha deciso di decedere.
È da stamattina che cerco di accenderla, cambiare le impostazioni, dirle dolci parole, minacciarla con la raccolta differenziata materiali elettronici.
Dopo circa 5000 foto è esausta e, diciamoci la verità, lo sono anche io.
(Notizia dell'ultima ora: Mathieu mi ha prestato la sua macchina fotografica! Yuppie).
Ho preparato il mio ultimo ppt di addio e l'ho presentato a raffica in (quasi) tutte le classi.
Hanno riso tutti, e il mio obiettivo era quello, finire come avevo cominciato, pagliacciosamente.
Se non mi va più bene il lavoro di prof potrei sempre fare il comico.
Di scuola mi rimangono solo due giorni. Martedì e venerdì che è la festa finale.
Oggi c'è il ballo di fine anno di quelli dell'anno 9 e io me lo perdo, così in loro onore ho messo come profilo di facebook una foto di quando ancora mi vestivo da femmina e non da sacco di patate come amorevolmente dice mia mamma.
Questi giorni non ho fatto altro che correre di qua e di là e sbolognare le poche cose che non mi entrano in valigia, (vendendole o affidandole a amici viaggiatori che le riporteranno in patria) , vedere come la mia stanza poco a poco si svuota, perde vita, torna anonima.
Mi è venuto da pensare a tutte le case dove ho vissuto, tutti i letti in cui ho dormito, tutte le volte che la mattina mi sono svegliata senza sapere dove fossi.
E mi è rivenuta in mente pure una canzone, di un gruppo serbo, di Belgrado.
Questa è la mia meta.
Non l'ho detto finora, per scaramanzia, perché non ero sicura di avere il tempo e l'energia di fare quest'ultimo viaggio, temevo una febbre improvvisa e un contrattempo dell'ultimo momento.
Invece no, si parte, fra 2 ore.
Devo finire di preparare la mia ultima minivaligia, e lo farò ascoltando Plavi Safir, Zaffiro Blu.
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15.6.12
12.6.12
Caro genio della lampada ...
Parecchie volte al giorno mi ritrovo a pensare di aver poteri magici o meglio un genio della lampada installato nel cervello.
Perché com'è possibile che per caso a settembre 2011 io abbia portato un tupperware a scuola e lo abbia lasciato nell'armadietto tutto l'anno e oggi ho pensato bene di riportarmelo a casa e ci è tornato pieno di torta alla nutella?
Perché oggi quelle dell'anno 9 mi hanno fatto una torta di addio e ne è avanzata giusta giusta da portarmela via nel mio contenitore, che ha soggiornato nel mio armadietto per 10 mesi in attesa del momento torta nutella.
E com'è possibile che devo mandare un pacchetto e non ho lo scotch da pacchi e non trovo il momento di andarlo a comprare e oggi, mentre svuotavo l'armadietto lo trovo là in bella vista e giuro che non avevo detto a nessuno che mi serviva.
E com'è possibile che ogni volta che mi scordo di portarmi la merenda a scuola e verso le 10 schiatto di fame, com'è possibile che proprio quel giorno una prof. mi offra un pezzo di torta, o mi ritrovi in classe, manchi un ragazzino e quindi avanzi una merenda? (qui non se la portano da casa, gliela da la scuola).
E com'è possibile che dopo 10 mesi passati a quadrare orari delle lezioni per non fare torto a nessuno, quest'ultima settimana e la prossima io riuscirò a passare e salutare tutte, ma proprio tutte le classi?
E com'è possibile che in 10 mesi io non abbia mai perso la spazzola e il mollettone, che vagano per la mia stanza, ma si lasciano scovare in 5 secondi?
E com'è possibile che Sebastian vada a Roma a luglio e possa portarmi là parte del mio bagaglio, e una coppia di fratelli italiani scendano a Roma in macchina ad agosto e io possa dare loro altre cose a cui non vorrei rinunciare (fra cui il mio cuscino, comodissimo)?
E inoltre com'è possibile che Virginie dopo aver odiato Lubiana per un anno, all'improvviso si ritrovi ad amarla e decida di rimanere qua e di comprare da me un sacco di cose che non avrei potuto riportarmi via (piumino, lenzuola, asciugamani), in modo che nulla vada sprecato e ci guadagnamo entrambe?
E infine com'è possibile, che a 10 giorni dalla fine io riesca a organizzare un ultimo viaggetto per questo fine settimana, in un nuovo Paese che non speravo proprio di visitare?
E ora mi chiedo: caro genio della lampada, ma se tutto l'anno non hai fatto altro che esaudire tutti i miei desideri, non è che ti impegneresti un attimino di più ed esaudiresti il mio desiderio più grande, che è rimanere qua?
Giuro che non mi lamenterei assolutamente se la torta alla nutella me la devo mangiare tutta seduta stante, se lo scotch devo andarmelo a comprare, se non posso pettinarmi perché la spazzola sparisce e se la mia roba invece di venderla o darla a commessi viaggiatori me la tengo io e rimango qua. E accetto pure che ogni tanto un viaggetto vada in fumo.
Allora, caro Genio della lampada, che ne dici?
Perché com'è possibile che per caso a settembre 2011 io abbia portato un tupperware a scuola e lo abbia lasciato nell'armadietto tutto l'anno e oggi ho pensato bene di riportarmelo a casa e ci è tornato pieno di torta alla nutella?
Perché oggi quelle dell'anno 9 mi hanno fatto una torta di addio e ne è avanzata giusta giusta da portarmela via nel mio contenitore, che ha soggiornato nel mio armadietto per 10 mesi in attesa del momento torta nutella.
E com'è possibile che devo mandare un pacchetto e non ho lo scotch da pacchi e non trovo il momento di andarlo a comprare e oggi, mentre svuotavo l'armadietto lo trovo là in bella vista e giuro che non avevo detto a nessuno che mi serviva.
E com'è possibile che ogni volta che mi scordo di portarmi la merenda a scuola e verso le 10 schiatto di fame, com'è possibile che proprio quel giorno una prof. mi offra un pezzo di torta, o mi ritrovi in classe, manchi un ragazzino e quindi avanzi una merenda? (qui non se la portano da casa, gliela da la scuola).
E com'è possibile che dopo 10 mesi passati a quadrare orari delle lezioni per non fare torto a nessuno, quest'ultima settimana e la prossima io riuscirò a passare e salutare tutte, ma proprio tutte le classi?
E com'è possibile che in 10 mesi io non abbia mai perso la spazzola e il mollettone, che vagano per la mia stanza, ma si lasciano scovare in 5 secondi?
E com'è possibile che Sebastian vada a Roma a luglio e possa portarmi là parte del mio bagaglio, e una coppia di fratelli italiani scendano a Roma in macchina ad agosto e io possa dare loro altre cose a cui non vorrei rinunciare (fra cui il mio cuscino, comodissimo)?
E inoltre com'è possibile che Virginie dopo aver odiato Lubiana per un anno, all'improvviso si ritrovi ad amarla e decida di rimanere qua e di comprare da me un sacco di cose che non avrei potuto riportarmi via (piumino, lenzuola, asciugamani), in modo che nulla vada sprecato e ci guadagnamo entrambe?
E infine com'è possibile, che a 10 giorni dalla fine io riesca a organizzare un ultimo viaggetto per questo fine settimana, in un nuovo Paese che non speravo proprio di visitare?
E ora mi chiedo: caro genio della lampada, ma se tutto l'anno non hai fatto altro che esaudire tutti i miei desideri, non è che ti impegneresti un attimino di più ed esaudiresti il mio desiderio più grande, che è rimanere qua?
Giuro che non mi lamenterei assolutamente se la torta alla nutella me la devo mangiare tutta seduta stante, se lo scotch devo andarmelo a comprare, se non posso pettinarmi perché la spazzola sparisce e se la mia roba invece di venderla o darla a commessi viaggiatori me la tengo io e rimango qua. E accetto pure che ogni tanto un viaggetto vada in fumo.
Allora, caro Genio della lampada, che ne dici?
8.6.12
Mi mancherà ...
Una gita inaspettata di cui non conosco fino all'ultimo la destinazione e i partecipanti.
Non ero a scuola lunedì e solo nel tardo pomeriggio vengo avvertita della possibilità di partecipare a un'escursione martedì, che viene offerta come premio agli studenti più meritevoli della scuola e a ME.
Che da una parte me la merito perché sono stata una brava assistente, e dall'altra toccherebbe mettermi in castigo a vita, perché è solo colpa mia se me ne devo andare, perché sono stata una brava maestra ma una pessima studentessa di sloveno, e il rimpatrio è il prezzo da pagare.
(per quelli che me lo chiedono, non posso restare qui perché per lavorare nelle scuole pubbliche dovrei avere un livello almeno intermedio di sloveno)
Arriviamo verso le 10 di mattina a un campeggio ancora chiuso ai campeggiatori, che però accoglie noi e le nostre mille attività da svolgere durante l'intera giornata.
Perché in Slovenia è così.
Quando i bimbi e ragazzini vanno in giro, forse per tacito accordo con i genitori, tocca stroncarli, fargli fare talmente tante attività senza prendere fiato che sul pullman del ritorno dormiranno tutti e arrivati a casa crolleranno. (in realtà sul pullman di ritorno mi sa che l'unica a ronfare ero io!)
E così si comincia con gare di corsa, corsa incrociata, passa la palla sotto e sopra, mimica con corsetta inclusa.
E poi dopo merenda ogni professore si incarica di altre prove:
- cammina sui trampoli e fai gol
- spara con un cannone a stantuffo e fai passare un proiettile composto da due bottiglie attraverso una ciambella appesa a un albero
- lancia palloncini pieni d'acqua con un lenzuolo e acchiappa i suddetti palloncini dall'altra parte del vialetto
- scendi giù per il prato con una specie di sci per tre persone
- prove di logica e matematica
Io ho fatto la fotografa ed ho ammirato la perfetta organizzazione, ho riempito palloncini d'acqua, ho fatto il tifo, e mi sono goduta una giornata senza pensieri.
Dopo tutte queste attività è arrivato il momento del pranzo e poi quasi subito a fare il bagno nel fiume.
(Evidentemente lo stomaco degli sloveni non deve rispettare la pausa italiana di due ore che sennò ti viene una congestione, un blocco della digestione, un coccolone).
Nel pomeriggio il tempo è peggiorato, ma ovviamente l'organizzatissima banda dei prof. aveva pensato anche a questo e avevamo tantissimi tipi di giochi da tavolo e piccoli e grandi hanno giocato insieme. Io pure mi sono unita al gruppo che giocava alla mimica, disegno, spiega la parola e le ore sono volate vie, fino al momento del ritorno.
E tutto questo mi mancherà.
E poi dopo merenda ogni professore si incarica di altre prove:
- cammina sui trampoli e fai gol
- spara con un cannone a stantuffo e fai passare un proiettile composto da due bottiglie attraverso una ciambella appesa a un albero
- lancia palloncini pieni d'acqua con un lenzuolo e acchiappa i suddetti palloncini dall'altra parte del vialetto
- scendi giù per il prato con una specie di sci per tre persone
- prove di logica e matematica
Io ho fatto la fotografa ed ho ammirato la perfetta organizzazione, ho riempito palloncini d'acqua, ho fatto il tifo, e mi sono goduta una giornata senza pensieri.
Dopo tutte queste attività è arrivato il momento del pranzo e poi quasi subito a fare il bagno nel fiume.
(Evidentemente lo stomaco degli sloveni non deve rispettare la pausa italiana di due ore che sennò ti viene una congestione, un blocco della digestione, un coccolone).
Nel pomeriggio il tempo è peggiorato, ma ovviamente l'organizzatissima banda dei prof. aveva pensato anche a questo e avevamo tantissimi tipi di giochi da tavolo e piccoli e grandi hanno giocato insieme. Io pure mi sono unita al gruppo che giocava alla mimica, disegno, spiega la parola e le ore sono volate vie, fino al momento del ritorno.
E tutto questo mi mancherà.
Mi mancherà sentirmi chiamare teacher o učiteljica 200 volte al giorno.
Mi mancherà entrare in classe e che i ragazzini dicano Ceciliaaaa con le loro vocette felici e sorprese, come se io fossi un premio.
Mi mancherà entrare in classe e che i ragazzini dicano Ceciliaaaa con le loro vocette felici e sorprese, come se io fossi un premio.
Mi mancherà andare in gita e che Kaja mi tenga il posto e che mi racconti durante il viaggio della sua fattoria e di come da da mangiare alle mucche e di come nascono i vitellini.
Mi mancherà parlare con le ragazzine dei loro cantanti preferiti e ritrovare me stessa quattordicenne innamorata dei NKOTB nei loro occhi a cuoricino.
Mi mancherà sedermi a mangiare a tavola con le ragazzine di I media invece che con i prof e che queste facciano di tutto per parlarmi inglese e farsi capire e mi raccontino le loro storie ed ascoltino le mie.
Mi mancherà ritrovarmi a parlare per 20 minuti in inglese con una bambina di quinta elementare, e che mi dica che per lei è importantissimo imparare bene le lingue, perché così avrà più possibilità di trovare un lavoro che le piace in futuro.
Mi mancheranno questi professori, che nel loro lavoro ci mettono anima e corpo, che organizzano decine di attività, che vanno sempre di fretta ma hanno sempre tempo per fermarsi a chiedermi come stai?
Mi mancheranno le cuoche della scuola, grazie alle quali sono ingrassata 4kg, e che mi hanno mantenuta sana e felice tutto l'anno, con i piatti stracolmi e la cura materna nel prepararli.
Mi mancheranno le prof. del dipartimento di inglese, con cui ho scambiato mille attività e materiali, con cui ho scoperto la pienezza di lavorare davvero in gruppo e che sono diventate mie grandi amiche. La mia tutor Sabina che mi ha lasciato tantissima libertà di movimento ed organizzazione e ha avuto piena fiducia in me.
Mi mancheranno i prof. di tutte le altre materie che mi hanno ospitato nelle loro classi, che si sono sempre sforzati di parlare in inglese in mia presenza, che mi hanno permesso di realizzare mille progetti e di mettermi alla prova.
Mi mancheranno Marjetka e Tanja, e i nostri viaggi in macchina verso scuola e le chiacchierate di mattina prestissimo, e la loro gentilezza.
Mi mancherà la preside e tutto lo staff di segretarie ed organizzatrici, che mi hanno fatto vivere in un mondo scolastico perfetto, efficiente, attivo, ricco di stimoli.
Mi mancherò io, come sono stata quest'anno, sempre felice, molto flessibile, anche un po' incosciente.
Pronta a cambiare, fuori dalla catena del consumismo, spensierata, positiva.
Come sarò fra 3 settimane non lo so.
Ieri sono arrivata a scuola e quelli del 9° anno, che finiscono le scuola elementare quest'anno (e andranno al liceo il prossimo) stavano imbiancando un'immensa tela.
Ogni anno questa tela (o meglio insieme di tele) viene cancellata e ridipinta, e a me è sembrata una metafora conclusiva di quest'esperienza.
La tela di nuovo bianca, le mille possibilità, anche se poi sotto allo strato di vernice fresca c'è chi siamo stati e cosa abbiamo fatto.
Torno indietro in un certo senso, (perché in Spagna ci ho già vissuto un secolo), ma vado avanti, sono un'altra persona.
E se non è nelle mie mani cambiare le temperature Sahariane che mi aspettano, è in mio potere vivere quello che sarà con il ricordo di quello che è stato, di questa pienezza e felicità.
Mi mancheranno questi professori, che nel loro lavoro ci mettono anima e corpo, che organizzano decine di attività, che vanno sempre di fretta ma hanno sempre tempo per fermarsi a chiedermi come stai?
Mi mancheranno le cuoche della scuola, grazie alle quali sono ingrassata 4kg, e che mi hanno mantenuta sana e felice tutto l'anno, con i piatti stracolmi e la cura materna nel prepararli.
Mi mancheranno le prof. del dipartimento di inglese, con cui ho scambiato mille attività e materiali, con cui ho scoperto la pienezza di lavorare davvero in gruppo e che sono diventate mie grandi amiche. La mia tutor Sabina che mi ha lasciato tantissima libertà di movimento ed organizzazione e ha avuto piena fiducia in me.
Mi mancheranno i prof. di tutte le altre materie che mi hanno ospitato nelle loro classi, che si sono sempre sforzati di parlare in inglese in mia presenza, che mi hanno permesso di realizzare mille progetti e di mettermi alla prova.
Mi mancheranno Marjetka e Tanja, e i nostri viaggi in macchina verso scuola e le chiacchierate di mattina prestissimo, e la loro gentilezza.
Mi mancherà la preside e tutto lo staff di segretarie ed organizzatrici, che mi hanno fatto vivere in un mondo scolastico perfetto, efficiente, attivo, ricco di stimoli.
Mi mancherò io, come sono stata quest'anno, sempre felice, molto flessibile, anche un po' incosciente.
Pronta a cambiare, fuori dalla catena del consumismo, spensierata, positiva.
Come sarò fra 3 settimane non lo so.
Ieri sono arrivata a scuola e quelli del 9° anno, che finiscono le scuola elementare quest'anno (e andranno al liceo il prossimo) stavano imbiancando un'immensa tela.
Ogni anno questa tela (o meglio insieme di tele) viene cancellata e ridipinta, e a me è sembrata una metafora conclusiva di quest'esperienza.
La tela di nuovo bianca, le mille possibilità, anche se poi sotto allo strato di vernice fresca c'è chi siamo stati e cosa abbiamo fatto.
Torno indietro in un certo senso, (perché in Spagna ci ho già vissuto un secolo), ma vado avanti, sono un'altra persona.
E se non è nelle mie mani cambiare le temperature Sahariane che mi aspettano, è in mio potere vivere quello che sarà con il ricordo di quello che è stato, di questa pienezza e felicità.
4.6.12
Cecilia Jones e l'ultima crociata, ops, scalata
Ieri avevo annunciato che andavo a dare l'addio ai monti sloveni.
Intendevo una cosa così, generale, una saluto da valle, una passeggiatina al sole, un po' di malinconia.
Ma si sa, questa è la Slovenia, e le cose tocca sudarsele, faticare.
Così siamo partite, io, Gesche-dice-sempre-di-sì e Verena, verso le 9.30 di mattina.
Avevo avuto addirittura il tempo di lavarmi i capelli, per non sembrare una zingarella sulle foto.
Il tempo prometteva bene, ridevamo di quelli delle previsioni del tempo che avevano gufato ed annunciato pioggia.
Io fotografavo dal finestrino tutte le montagne che vedevo, e a ognuna rivolgevo un mesto saluto:
ciao montagnetta, ci rivedremo, spero.
ciao montagnola, mi dispiace non averti scalata.
ciao montagnona, mi ci vorrebbero anni di slovenità prima di raggiungere la tua cima.
E mi ripetevo come un mantra l'addio monti sorgenti dall'acque ed elevati al cielo per trattenere le lacrime, e scattavo a destra e manca, con la macchinetta fotografica che ogni 5 minuti si metteva in sciopero.
Poi a un certo punto siamo sconfinate in Italia.
Ma ci pensate? Vivere in un Paese in cui per arrivare più velocemente a destinazione tocca passare per un altro Paese? In Italia ci siamo fatte una foto in riva a un lago sbucato per caso da dietro una curva.
E già là il tempo ha cominciato a dar retta ai metereologi gufoni.
Munite di 300 cartine, tedesca e austriaca cercavano mete su cui avevano preso appunti.
Invece ci siamo fermate - di nuovo in Slovenia - in riva al fiume, e come giovanimarmotte caprette ci siamo messe a scalare i massi. Io portavo delle scarpe da ginnastica di 5 anni fa, comprate a 10euro a un negozio-mercatino. Gesche portava scarpette ballerine. L'austriaca aveva il ginocchio della lavandaia bardato da una rigida ginocchiera.
Nonostante tutto, avendo scorto da lontano una cascata, abbiamo deciso di avventurarci fra le rocce viscide, sotto una pioggerellina scozzese che mi ha permesso di scoprire che la mia giacca impermeabile non lo è più.
La cascata non l'abbiamo più vista, in compenso siamo arrivate in riva a un impetuoso fiume.
Io mi ero portata addirittura un asciugamanetto in caso fossi entrata in acqua fino a mezza gamba come faccio di solito. Ma questo fiumiciattolo non mi sembrava così invitante e mi sono accontentata di zompare nelle pozzanghere.
Nuvoloni neri ci hanno accompagnato di ritorno alla macchina, ma non ci siamo arrese.
Abbiamo ignorato il tempo e cercato un posto per mangiare.
Crespelle alle noci per me che mi ero comunque portata due paninozzi nello zaino.
Purtroppo la pioggia continuava imperterrita, il navigatore della macchina ci disorientava e così siamo finiti in posti di cui non ricordo i nomi in ordine, fra cui Kobarid, Tolmin, Bovec.
Tutti luoghi di guerra, dove è morta un sacco di gente, e le ferite sono ancora aperte.
Noi cercavamo la valle dell'Isonzo, ma ingannate dal navigatore ci siamo addentrate per chilometri e chilometri su una strada sterrata in mezzo ai boschi nebbiosi e grondanti.
Abbiamo trovato una mucca in posa e un cancello minaccioso a sbarrarci la strada.
E un bunker buio da brivido.
Siamo scappate a gambe levate.


E insomma, questo Isonzo, un po' stron--, non voleva proprio farsi trovare.
Con la nostra nulla conoscenza dello sloveno abbiamo immaginato che un cartello ci indicasse una piacevole passeggiatina in discesa di 10 minuti che ci avrebbe portato in riva al fiume.
Abbiamo camminato per mezzora in discesa in un boschetto scivoloso e con umidità a 90° (giusto un anticipo del mio futuro fra 3 settimane). Siamo sbucate davanti a un bar, che evidentemente si chiamava in riva al fiume, ma il fiume non c'era.
La strada in salita ci ha tolto le ultime forze.
Ed ecco che quando meno ce lo aspettavamo, come al solito, girando a destra invece che a sinistra ed andando giù invece che su (come non abbiamo pensato che di solito le valli sono in basso?) ci siamo ritrovati all'entrata del fiume.
Non che i fiumi abbiamo una porta, ma qua in Slovenia le parti più spettacolari delle valli vengono incapsulate in parchi nazionali e tocca pagare il biglietto d'entrata; è pur vero che con i soldi provvedono alla manutenzione dei sentieri, dei ponti, ponticelli, balaustre, panchine e simili.
Erano già le 5 e temevamo di non fare ritorno vive a Lubiana.
Ma ci siamo avventurate lo stesso, perché era da ore che cercavamo 'sto posto e non potevamo mica tornare indietro sul più bello.
E quindi con un residuo di energia tirato fuori da chissà dove, con le scarpe a suola liscia e i pantaloni inzaccherati, i capelli luridi (e menomale che mi ero svegliata presto per lavarmeli ed essere fotogenica) e il fiato corto, abbiamo infine passeggiato a ritmo serrato per la valle dell'Isonzo.
Ora, avete presente Indiana Jones quando deve attraversare il ponticello di legno traballante con sotto lo strapiombo?
Intendevo una cosa così, generale, una saluto da valle, una passeggiatina al sole, un po' di malinconia.
Ma si sa, questa è la Slovenia, e le cose tocca sudarsele, faticare.
Così siamo partite, io, Gesche-dice-sempre-di-sì e Verena, verso le 9.30 di mattina.
Avevo avuto addirittura il tempo di lavarmi i capelli, per non sembrare una zingarella sulle foto.
Il tempo prometteva bene, ridevamo di quelli delle previsioni del tempo che avevano gufato ed annunciato pioggia.
Io fotografavo dal finestrino tutte le montagne che vedevo, e a ognuna rivolgevo un mesto saluto:
ciao montagnetta, ci rivedremo, spero.
ciao montagnola, mi dispiace non averti scalata.
ciao montagnona, mi ci vorrebbero anni di slovenità prima di raggiungere la tua cima.
E mi ripetevo come un mantra l'addio monti sorgenti dall'acque ed elevati al cielo per trattenere le lacrime, e scattavo a destra e manca, con la macchinetta fotografica che ogni 5 minuti si metteva in sciopero.
Poi a un certo punto siamo sconfinate in Italia.
Ma ci pensate? Vivere in un Paese in cui per arrivare più velocemente a destinazione tocca passare per un altro Paese? In Italia ci siamo fatte una foto in riva a un lago sbucato per caso da dietro una curva.
E già là il tempo ha cominciato a dar retta ai metereologi gufoni.
Munite di 300 cartine, tedesca e austriaca cercavano mete su cui avevano preso appunti.
Invece ci siamo fermate - di nuovo in Slovenia - in riva al fiume, e come giovani
Nonostante tutto, avendo scorto da lontano una cascata, abbiamo deciso di avventurarci fra le rocce viscide, sotto una pioggerellina scozzese che mi ha permesso di scoprire che la mia giacca impermeabile non lo è più.
La cascata non l'abbiamo più vista, in compenso siamo arrivate in riva a un impetuoso fiume.
Io mi ero portata addirittura un asciugamanetto in caso fossi entrata in acqua fino a mezza gamba come faccio di solito. Ma questo fiumiciattolo non mi sembrava così invitante e mi sono accontentata di zompare nelle pozzanghere.
Nuvoloni neri ci hanno accompagnato di ritorno alla macchina, ma non ci siamo arrese.
Abbiamo ignorato il tempo e cercato un posto per mangiare.
Crespelle alle noci per me che mi ero comunque portata due paninozzi nello zaino.
Purtroppo la pioggia continuava imperterrita, il navigatore della macchina ci disorientava e così siamo finiti in posti di cui non ricordo i nomi in ordine, fra cui Kobarid, Tolmin, Bovec.
Tutti luoghi di guerra, dove è morta un sacco di gente, e le ferite sono ancora aperte.
Noi cercavamo la valle dell'Isonzo, ma ingannate dal navigatore ci siamo addentrate per chilometri e chilometri su una strada sterrata in mezzo ai boschi nebbiosi e grondanti.
Abbiamo trovato una mucca in posa e un cancello minaccioso a sbarrarci la strada.
E un bunker buio da brivido.
Siamo scappate a gambe levate.
E insomma, questo Isonzo, un po' stron--, non voleva proprio farsi trovare.
Con la nostra nulla conoscenza dello sloveno abbiamo immaginato che un cartello ci indicasse una piacevole passeggiatina in discesa di 10 minuti che ci avrebbe portato in riva al fiume.
Abbiamo camminato per mezzora in discesa in un boschetto scivoloso e con umidità a 90° (giusto un anticipo del mio futuro fra 3 settimane). Siamo sbucate davanti a un bar, che evidentemente si chiamava in riva al fiume, ma il fiume non c'era.
La strada in salita ci ha tolto le ultime forze.
Ed ecco che quando meno ce lo aspettavamo, come al solito, girando a destra invece che a sinistra ed andando giù invece che su (come non abbiamo pensato che di solito le valli sono in basso?) ci siamo ritrovati all'entrata del fiume.
Non che i fiumi abbiamo una porta, ma qua in Slovenia le parti più spettacolari delle valli vengono incapsulate in parchi nazionali e tocca pagare il biglietto d'entrata; è pur vero che con i soldi provvedono alla manutenzione dei sentieri, dei ponti, ponticelli, balaustre, panchine e simili.
Erano già le 5 e temevamo di non fare ritorno vive a Lubiana.
Ma ci siamo avventurate lo stesso, perché era da ore che cercavamo 'sto posto e non potevamo mica tornare indietro sul più bello.
E quindi con un residuo di energia tirato fuori da chissà dove, con le scarpe a suola liscia e i pantaloni inzaccherati, i capelli luridi (e menomale che mi ero svegliata presto per lavarmeli ed essere fotogenica) e il fiato corto, abbiamo infine passeggiato a ritmo serrato per la valle dell'Isonzo.
Ora, avete presente Indiana Jones quando deve attraversare il ponticello di legno traballante con sotto lo strapiombo?
Ecco come ieri ho scoperto di soffrire di vertigini.
E così si è conclusa la nostra ricerca, perdendoci per l'ennesima volta anche nel parco nazionale e con ritorno a casa sotto una luna quasi piena, con 3 ore di ritardo rispetto alla tabella di marcia, ma ancora tutte intere.
3.6.12
Addio Monti
Ho sempre pensato che ciò che siamo, oltre alle ovvie influenze della famiglia e degli amici, è determinato anche dai cartoni animati che abbiamo visto da piccoli (ma di questo parlerò un'altra volta) e dalla letteratura che la scuola dell'obbligo ci ha propinato.
A me al liceo hanno fatto imparare l'Addio Monti di Manzoni.
A memoria.
E mentre le ragazzine di adesso impazziscono per le canzoni di Justin Bieber, One Direction e Lady Gaga (mi sono fatta una cultura musicale a lavorà alle elementarimedieliceo qui), io esprimevo la mia disperazione giovanile recitando l' Addio Monti.
Vi ho già parlato del posto dove andavo in vacanza da piccola ed adolescente
http://comeniusinslovenia.blogspot.com/2011/08/il-piacere-dellozio.html
Un minipaesino fra le montagne, ai tempi in cui non c'erano né cellulari, né internet e noi non avevamo neppure il telefono fisso a casa. Andavamo in cabina, con i gettoni, a chiamare.
Le passioni scattavano a volte con i maschietti del paesello di fronte, e gli appuntamenti erano qualcosa che si riusciva a fissare tramite il bocca a bocca, o con un canocchiale.
Ebbene sì.
Quando stavo con Daniele, e lui doveva scendere dal suo paesino in motorino io ,tipo
Raperonzolo, salivo al piano più alto di casa, o direttamente all'orto, e scrutavo con il canocchiale l'orizzonte, e tendevo l'orecchio, per scorgere all'orizzonte un puntolino smarmittato che scendeva dalla collina antistante.
Poi l'estate finiva.
E queste relazioni amorose non superavano settembre.
Ci si scriveva lettere.
Magari una telefonata.
E poi tutto congelato fino all'anno successivo.
Sulla via del ritorno io e mia sorella in lacrime recitavamo a bassa voce l'Addio Monti, copiato dal libro di letteratura e scritto su un foglio appositamente per questo rituale struggente.
Oggi vado a dare l'addio ai monti sloveni.
Non che io abbia scalato altro che colline qua.
Però le montagne erano sempre lì, innevate sullo sfondo, e sbucavano all'improvviso, al girare un angolo, all'uscita dall'autostrada, nei nostri giri e gite.
Le montagne rappresentano un po' gli sloveni come li vedo io.
Ben piantati su due piedi, alti, apparentemente un'impresa conquistarli, forti nelle difficoltà, stoici, coperti di nubi o splendenti di sole.
Sono in vena di metafore e simili in questi giorni, capitemi.
E così oggi me ne vado a recitare l'Addio Monti nella valle dell'Isonzo (o Soča, come lo chiamano qua).
Che credevate, che avrei scalato il Triglav? (ndr: la montagna più alta della Slovenia).
A me al liceo hanno fatto imparare l'Addio Monti di Manzoni.
A memoria.
E mentre le ragazzine di adesso impazziscono per le canzoni di Justin Bieber, One Direction e Lady Gaga (mi sono fatta una cultura musicale a lavorà alle elementarimedieliceo qui), io esprimevo la mia disperazione giovanile recitando l' Addio Monti.
Vi ho già parlato del posto dove andavo in vacanza da piccola ed adolescente
http://comeniusinslovenia.blogspot.com/2011/08/il-piacere-dellozio.html
Un minipaesino fra le montagne, ai tempi in cui non c'erano né cellulari, né internet e noi non avevamo neppure il telefono fisso a casa. Andavamo in cabina, con i gettoni, a chiamare.
Le passioni scattavano a volte con i maschietti del paesello di fronte, e gli appuntamenti erano qualcosa che si riusciva a fissare tramite il bocca a bocca, o con un canocchiale.
Ebbene sì.
Quando stavo con Daniele, e lui doveva scendere dal suo paesino in motorino io ,tipo
Raperonzolo, salivo al piano più alto di casa, o direttamente all'orto, e scrutavo con il canocchiale l'orizzonte, e tendevo l'orecchio, per scorgere all'orizzonte un puntolino smarmittato che scendeva dalla collina antistante.
Poi l'estate finiva.
E queste relazioni amorose non superavano settembre.
Ci si scriveva lettere.
Magari una telefonata.
E poi tutto congelato fino all'anno successivo.
Sulla via del ritorno io e mia sorella in lacrime recitavamo a bassa voce l'Addio Monti, copiato dal libro di letteratura e scritto su un foglio appositamente per questo rituale struggente.
Oggi vado a dare l'addio ai monti sloveni.
Non che io abbia scalato altro che colline qua.
Però le montagne erano sempre lì, innevate sullo sfondo, e sbucavano all'improvviso, al girare un angolo, all'uscita dall'autostrada, nei nostri giri e gite.
Le montagne rappresentano un po' gli sloveni come li vedo io.
Ben piantati su due piedi, alti, apparentemente un'impresa conquistarli, forti nelle difficoltà, stoici, coperti di nubi o splendenti di sole.
Sono in vena di metafore e simili in questi giorni, capitemi.
E così oggi me ne vado a recitare l'Addio Monti nella valle dell'Isonzo (o Soča, come lo chiamano qua).
Che credevate, che avrei scalato il Triglav? (ndr: la montagna più alta della Slovenia).
2.6.12
Tiro al bersaglio
Ieri sera, dopo aver passato la giornata in camera come un leone in gabbia, ho ricevuto un messaggio di Gesche-dice-sempre-di-sì che mi proponeva di andare al baretto di sempre, perché c'era in programma una serata africana.
Il baretto in questione si trova a 2 minuti a piedi da casa mia, quindi è proprio impossibile dire di no.
Questo è il vantaggio di vivere in centro centrissimo e il motivo per cui non mi pento di aver pagato un affitto più alto di tutti i miei amici. Il poter uscire di casa 5 minuti prima di qualsiasi appuntamento ed essere sempre e comunque la prima ad arrivare.
Soprattutto perché, giusto una mezzora prima avevo deciso di festeggiare l'anniversario del ricevimento della lieta novella (vedi post precedente) spendendo la bellezza si 2.29€ per comprarmi questo.
Dunque ero in overdose di zuccheri e rimbalzavo per casa da una parte all'altra come una pallina in un flipper.
Quando siamo arrivare al baretto c'erano i soliti noti.
Ljubljana è piena di bar e questo è gestito da un francese che lo ha aperto più come punto di ritrovo per i suoi amici che per fare soldi.
Ho ordinato una camomilla, ho chiacchierato con Gesche dei nostri piani indefiniti, ho conosciuto un tedesco spettinato con un'opinione completamente diversa rispetto a me sulla Slovenia, e ho giocato a freccette.
Io sono mezza ciecata.
Ve l'ho già detto.
L'occhio destro sta per i fatti suoi, non collabora, e mi fa venire il mal di testa quando lo tengo troppo davanti al pc.
L'occhio sinistro c'ha la vista d'aquila, è un gran lavoratore, cattura immagini senza sosta.
Il fatto che i miei due occhi siano così diversi implica una serie di conseguenze:
1) a volte sulle foto c'ho l'occhio sinistro che guarda dritto e il destro che si è scordato di guardare. Ho lo sguardo misterioso come la Gioconda.
2) non prendo bene le misure delle distanze. Sbatto contro tutto. Sono piena di lividi. Quando scendo le scale o una montagna non percepisco quanto lungo devo fare il passo e a volte mi insacco le caviglie o distruggo le ginocchia.
3) sono una campionessa di freccette.
Un po' di anni fa giocavo a freccette quasi tutti i fine settimana.
Vivevo in Spagna in una cittadina dove quello era il massimo a cui si potesse aspirare un venerdì o sabato pomeriggio.
Il mio stile consiste nel:
- lanciare una freccetta a caso
- dare un'occhiata al tabellone per vedere dove si è piazzata
- chiudere l'occhio ciecato
- puntare la successiva freccetta rispetto alla prima, senza guardare effettivamente il bersaglio
- fare un sacco di punti con le successive due freccette
Ieri sera ho strabiliato tutti con questa mia strategia.
Anche perché quando lancio le freccette, lo faccio con tale foga che si sente un tonfo sul bersaglio, che accusa i miei colpi silenzioso. E gli avversari si intimoriscono.
Però non faccio mai centro.
Io il centro non lo vedo proprio.
Mi si confonde fra tutti gli altri colori., numeri, gente che passa schivando frecciateette.
Se faccio centro è sempre per caso, durante il lancio ad occhi quasi chiusi della prima freccetta indicativa.
E ieri pensavo che questa è un po' la metafora della mia vita.
Tirare a casaccio e poi aggiustare la mira dovunque io mi trovi.
Che è un male perché non focalizzo mai.
Che è un bene perché ovunque io mi trovi riesco a piazzare le mie frecce e i miei punti.
Il baretto in questione si trova a 2 minuti a piedi da casa mia, quindi è proprio impossibile dire di no.
Questo è il vantaggio di vivere in centro centrissimo e il motivo per cui non mi pento di aver pagato un affitto più alto di tutti i miei amici. Il poter uscire di casa 5 minuti prima di qualsiasi appuntamento ed essere sempre e comunque la prima ad arrivare.
Soprattutto perché, giusto una mezzora prima avevo deciso di festeggiare l'anniversario del ricevimento della lieta novella (vedi post precedente) spendendo la bellezza si 2.29€ per comprarmi questo.
Dunque ero in overdose di zuccheri e rimbalzavo per casa da una parte all'altra come una pallina in un flipper.
Quando siamo arrivare al baretto c'erano i soliti noti.
Ljubljana è piena di bar e questo è gestito da un francese che lo ha aperto più come punto di ritrovo per i suoi amici che per fare soldi.
Ho ordinato una camomilla, ho chiacchierato con Gesche dei nostri piani indefiniti, ho conosciuto un tedesco spettinato con un'opinione completamente diversa rispetto a me sulla Slovenia, e ho giocato a freccette.
Io sono mezza ciecata.
Ve l'ho già detto.
L'occhio destro sta per i fatti suoi, non collabora, e mi fa venire il mal di testa quando lo tengo troppo davanti al pc.
L'occhio sinistro c'ha la vista d'aquila, è un gran lavoratore, cattura immagini senza sosta.
Il fatto che i miei due occhi siano così diversi implica una serie di conseguenze:
1) a volte sulle foto c'ho l'occhio sinistro che guarda dritto e il destro che si è scordato di guardare. Ho lo sguardo misterioso come la Gioconda.
2) non prendo bene le misure delle distanze. Sbatto contro tutto. Sono piena di lividi. Quando scendo le scale o una montagna non percepisco quanto lungo devo fare il passo e a volte mi insacco le caviglie o distruggo le ginocchia.
3) sono una campionessa di freccette.
Un po' di anni fa giocavo a freccette quasi tutti i fine settimana.
Vivevo in Spagna in una cittadina dove quello era il massimo a cui si potesse aspirare un venerdì o sabato pomeriggio.
Il mio stile consiste nel:
- lanciare una freccetta a caso
- dare un'occhiata al tabellone per vedere dove si è piazzata
- chiudere l'occhio ciecato
- puntare la successiva freccetta rispetto alla prima, senza guardare effettivamente il bersaglio
- fare un sacco di punti con le successive due freccette
Ieri sera ho strabiliato tutti con questa mia strategia.
Anche perché quando lancio le freccette, lo faccio con tale foga che si sente un tonfo sul bersaglio, che accusa i miei colpi silenzioso. E gli avversari si intimoriscono.
Però non faccio mai centro.
Io il centro non lo vedo proprio.
Mi si confonde fra tutti gli altri colori., numeri, gente che passa schivando frecc
Se faccio centro è sempre per caso, durante il lancio ad occhi quasi chiusi della prima freccetta indicativa.
E ieri pensavo che questa è un po' la metafora della mia vita.
Tirare a casaccio e poi aggiustare la mira dovunque io mi trovi.
Che è un male perché non focalizzo mai.
Che è un bene perché ovunque io mi trovi riesco a piazzare le mie frecce e i miei punti.
1.6.12
Un anno fa
Scusate se questa storia l'avete già mezza letta a mozzichi e bocconi qua e là.
Ma oggi, a un anno da quel momento, voglio riproporla per parlare di qualcosa di positivo.
Dei sogni che diventano realtà, dei cambiamenti, del cuore che si spezza e mi ricorda che sono viva.
Esattamente un anno fa ero in classe, una di quelle classi difficili, con una di quelle professoresse di mezza età (come alunna) che studiano l'inglese chissà perché e che vogliono decidere loro che esercizi fare, perché tu, cara mia, non hai mica i miei anni di esperienza e che ne vuoi sapere.
Mi fumava il cervello, fuori ci dovevano essere almeno 35°, si avvicinavano gli esami finali, gli alunni erano nervosi perché quel livello di inglese era per molti quello richiesto per fare Master, prendere abilitazioni, andarsene in erasmus.
Era una classe con cui dall'inizio non ero andata molto d'accordo.
Faticavamo, arrancavamo.
Stavo spiegando qualcosa e all'improvviso vedo una chiamata sul cellulare spagnolo.
Di mia madre.
Dall'Italia.
Che in 12 anni in Spagna non mi aveva mai chiamata sul cellulare spagnolo.
Forse anche lei era incoscientemente cosciente del peso della notizia che stava per darmi.
E non poteva mandarmela per messaggino, come fa quando vuole dirmi di ti è arrivato un pacchetto. Che tempo fa lì da te? Qui piove! Per il pranzo di Pasqua ho preparato queste prelibatezze (che tu non mangerai perché non ci sei, tié!).
Io il telefono lo tengo senza suoneria e lo uso come orologio.
Anche come allarme-sveglia durante i corsi di lingue, per ricordarmi che dopo due ore di lezione magari devo fare una pausa se non voglio rischiare di uccidere qualcuno per overdose di grammatica, ascolti, esercizi, bla bla bla.
Quel giorno lo avevo guardato proprio per vedere l'ora.
O forse perché avevo avuto una premonizione.
Comunque, ritornando a noi, mia mamma mi aveva chiamata.
E io, che già sudavo le sette camicie, avevo avuto paura.
Paura che fosse successo qualcosa a qualcuno degli anziani della mia famiglia.
Paura di qualche incidente, disgrazia.
Non ho pensato a niente di positivo, ma come un automa ho detto agli studenti di fare un esercizio, che era un'emergenza familiare e sono uscita dalla classe con il cuore in gola.
Ho chiamato mia mamma, e per 3 minuti buoni abbiamo parlato senza capirci.
Lei mi diceva è arrivata e io pensavo, nel mio cervello dialettale-colloquiale, che qualcuno della mia famiglia era arrivato di cervello (ndr: impazzito), lei mi diceva che era successo di mattina e io pensavo ma com'è allora che mi avverti solo ora, lei mi diceva che l'aveva presa il portiere e io immaginavo ambulanze, chiamate telefoniche frenetiche, corse all'ospedale.
Poi ha detto la parola magica:
Lubiana.
Lubiana?
Sì, sì, mi ripeteva. Non è a Lubiana.
Ma chi, cosa, come, quando, perché?
E infine il cervello e le voci si sono sintonizzate.
La lettera, è arrivata la lettera.
Ti hanno presa per il Comenius.
Però non è a Lubiana.
E io ho cominciato a piangere.
Lì, nel corridoio, a due passi dalla mia classe.
E non ci capivo più niente e dovevo tornare dentro a lezione.
Mandami un messaggio con il nome della scuola.
E poi il giorno successivo era il 2 giugno e loro non andavano in ufficio e non mi potevano scannerizzare la lettera per mandarmela.
La lettera che era tutta in sloveno, e che i miei genitori avevano cercato di tradurre un po'.
Per dirmi che si trattava di una scuola elementare, in un paesino che come si pronuncerà (ndr: Grosuplje si pronuncia Grosuplie).
Sono rientrata in classe che davvero volevo promuoverli tutti.
Sono rientrata in classe ma il cervello era già altrove, quell'altrove in cui mi trovo ora e che dovrò lasciare fra 25 giorni.
Sono rientrata in classe che piangevo, annunciando che me ne andavo.
Da una Spagna incasinata, ferita, disastrata, al collasso.
Me ne andavo a respirarmi una boccata di aria fresca altrove.
Così è stato.
Una lunga boccata di aria fresca durata un anno.
Sto confondendo tutti con i miei post in questi giorni.
Chiariamo.
Stamattina ho comprato il biglietto di ritorno con Ryanair.
Torno a Murcia (via Trieste - Valencia), dovre insegnavo prima, perché c'è il corso intensivo di luglio ad attendermi.
Ma si vede che neppure Ryanair è convinta di questa scelta, perché non mi mandano la conferma dell'acquisto per email.
A quelli che mi chiedono quali sono i miei piani per il futuro (dopo luglio) dico che quest'anno mi ha insegnato a non pensarci troppo. Che i momenti migliori sono stati quelli improvvisati.
Viaggi, passeggiate, risate, gelati, mare, montagna, lago, sole, pioggia, neve.
Ragazzini, sorrisi, insegnare, colorare, cantare.
Pagliacciate.
Svegliarsi all'alba, camminate, biciclettate, vagabondaggi.
Foto, foto, foto, foto.
Valigie fatte, disfatte, zainetti.
Un tatuaggio.
Treni, aerei, macchine, pullman, scarpe consumate.
Amici, sorrisi, colleghi, onestà, fiducia.
Questo è stato quest'anno.
Ieri cercavo parole non mie per esprimere ciò che sento e ho trovato queste righe di un libro, che cercherò e leggerò magari sulla via del ritorno:
“You get a strange feeling when you're about to leave a place, like you'll not only miss the people you love but you'll miss the person you are now at this time and this place, because you'll never be this way ever again.”
Azar Nafisi, Reading Lolita in Tehran
(Traduzione: si prova una strana sensazione quando si sta per lasciare un posto, del tipo che non solo ti mancheranno le persone a cui vuoi bene, ma ti mancherà anche la persona che tu stesso sei ora, in questo tempo e in questo luogo, perché tu noN sarai mai più come sei ora.)
Poi, dato che ieri sera non riuscivo a dormire, mi sono messa a pensare a come sono io ora, a cosa mi lascerò alle spalle. Eccovene una spiegazione fotografica.
Ma oggi, a un anno da quel momento, voglio riproporla per parlare di qualcosa di positivo.
Dei sogni che diventano realtà, dei cambiamenti, del cuore che si spezza e mi ricorda che sono viva.
Esattamente un anno fa ero in classe, una di quelle classi difficili, con una di quelle professoresse di mezza età (come alunna) che studiano l'inglese chissà perché e che vogliono decidere loro che esercizi fare, perché tu, cara mia, non hai mica i miei anni di esperienza e che ne vuoi sapere.
Mi fumava il cervello, fuori ci dovevano essere almeno 35°, si avvicinavano gli esami finali, gli alunni erano nervosi perché quel livello di inglese era per molti quello richiesto per fare Master, prendere abilitazioni, andarsene in erasmus.
Era una classe con cui dall'inizio non ero andata molto d'accordo.
Faticavamo, arrancavamo.
Stavo spiegando qualcosa e all'improvviso vedo una chiamata sul cellulare spagnolo.
Di mia madre.
Dall'Italia.
Che in 12 anni in Spagna non mi aveva mai chiamata sul cellulare spagnolo.
Forse anche lei era incoscientemente cosciente del peso della notizia che stava per darmi.
E non poteva mandarmela per messaggino, come fa quando vuole dirmi di ti è arrivato un pacchetto. Che tempo fa lì da te? Qui piove! Per il pranzo di Pasqua ho preparato queste prelibatezze (che tu non mangerai perché non ci sei, tié!).
Io il telefono lo tengo senza suoneria e lo uso come orologio.
Anche come allarme-sveglia durante i corsi di lingue, per ricordarmi che dopo due ore di lezione magari devo fare una pausa se non voglio rischiare di uccidere qualcuno per overdose di grammatica, ascolti, esercizi, bla bla bla.
Quel giorno lo avevo guardato proprio per vedere l'ora.
O forse perché avevo avuto una premonizione.
Comunque, ritornando a noi, mia mamma mi aveva chiamata.
E io, che già sudavo le sette camicie, avevo avuto paura.
Paura che fosse successo qualcosa a qualcuno degli anziani della mia famiglia.
Paura di qualche incidente, disgrazia.
Non ho pensato a niente di positivo, ma come un automa ho detto agli studenti di fare un esercizio, che era un'emergenza familiare e sono uscita dalla classe con il cuore in gola.
Ho chiamato mia mamma, e per 3 minuti buoni abbiamo parlato senza capirci.
Lei mi diceva è arrivata e io pensavo, nel mio cervello dialettale-colloquiale, che qualcuno della mia famiglia era arrivato di cervello (ndr: impazzito), lei mi diceva che era successo di mattina e io pensavo ma com'è allora che mi avverti solo ora, lei mi diceva che l'aveva presa il portiere e io immaginavo ambulanze, chiamate telefoniche frenetiche, corse all'ospedale.
Poi ha detto la parola magica:
Lubiana.
Lubiana?
Sì, sì, mi ripeteva. Non è a Lubiana.
Ma chi, cosa, come, quando, perché?
E infine il cervello e le voci si sono sintonizzate.
La lettera, è arrivata la lettera.
Ti hanno presa per il Comenius.
Però non è a Lubiana.
E io ho cominciato a piangere.
Lì, nel corridoio, a due passi dalla mia classe.
E non ci capivo più niente e dovevo tornare dentro a lezione.
Mandami un messaggio con il nome della scuola.
E poi il giorno successivo era il 2 giugno e loro non andavano in ufficio e non mi potevano scannerizzare la lettera per mandarmela.
La lettera che era tutta in sloveno, e che i miei genitori avevano cercato di tradurre un po'.
Per dirmi che si trattava di una scuola elementare, in un paesino che come si pronuncerà (ndr: Grosuplje si pronuncia Grosuplie).
Sono rientrata in classe che davvero volevo promuoverli tutti.
Sono rientrata in classe ma il cervello era già altrove, quell'altrove in cui mi trovo ora e che dovrò lasciare fra 25 giorni.
Sono rientrata in classe che piangevo, annunciando che me ne andavo.
Da una Spagna incasinata, ferita, disastrata, al collasso.
Me ne andavo a respirarmi una boccata di aria fresca altrove.
Così è stato.
Una lunga boccata di aria fresca durata un anno.
Sto confondendo tutti con i miei post in questi giorni.
Chiariamo.
Stamattina ho comprato il biglietto di ritorno con Ryanair.
Torno a Murcia (via Trieste - Valencia), dovre insegnavo prima, perché c'è il corso intensivo di luglio ad attendermi.
Ma si vede che neppure Ryanair è convinta di questa scelta, perché non mi mandano la conferma dell'acquisto per email.
A quelli che mi chiedono quali sono i miei piani per il futuro (dopo luglio) dico che quest'anno mi ha insegnato a non pensarci troppo. Che i momenti migliori sono stati quelli improvvisati.
Viaggi, passeggiate, risate, gelati, mare, montagna, lago, sole, pioggia, neve.
Ragazzini, sorrisi, insegnare, colorare, cantare.
Pagliacciate.
Svegliarsi all'alba, camminate, biciclettate, vagabondaggi.
Foto, foto, foto, foto.
Valigie fatte, disfatte, zainetti.
Un tatuaggio.
Treni, aerei, macchine, pullman, scarpe consumate.
Amici, sorrisi, colleghi, onestà, fiducia.
Questo è stato quest'anno.
Ieri cercavo parole non mie per esprimere ciò che sento e ho trovato queste righe di un libro, che cercherò e leggerò magari sulla via del ritorno:
“You get a strange feeling when you're about to leave a place, like you'll not only miss the people you love but you'll miss the person you are now at this time and this place, because you'll never be this way ever again.”
Azar Nafisi, Reading Lolita in Tehran
(Traduzione: si prova una strana sensazione quando si sta per lasciare un posto, del tipo che non solo ti mancheranno le persone a cui vuoi bene, ma ti mancherà anche la persona che tu stesso sei ora, in questo tempo e in questo luogo, perché tu noN sarai mai più come sei ora.)
Poi, dato che ieri sera non riuscivo a dormire, mi sono messa a pensare a come sono io ora, a cosa mi lascerò alle spalle. Eccovene una spiegazione fotografica.
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