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13.5.12

Mi piacerebbe dirti ...



Ne è passato di tempo da questa foto, 36 anni.
Ne abbiamo fatta di strada insieme, anche se a distanza di chilometri, città, Paesi, continenti.

E mi sono resa conto che è dalle elementari, quando le suore ci facevano preparare il lavoretto-regalino, che non ti faccio gli auguri per questa ricorrenza , che in Italia si festeggia oggi, in Spagna la settimana scorsa, in Scozia un po' prima, in Slovenia il 25 marzo.

Alla fine la gente penserà che sono una mammona, perché ti nomino ogni due post e mi preoccupo di cosa tu possa pensare di ciò che dico o faccio.

Proprio pochi giorni fa a Roma invece noi due ce la ridevamo di come le figlie di altre mamme, e le mamme di altre figlie si chiamano ogni 10 minuti al cellulare, per vedere che hanno mangiato a colazione, che vestiti mettersi, dove andare a pranzo, se comprare la pasta buitoni o de cecco, per discutere di programmi televisivi o di creme anticellulite.

Noi non siamo così.
Non abbiamo un rapporto morboso, no, ma neppure uno distaccato.

Ce ne è voluto di tempo per capirci, perché viviamo vite diversissime.

Io giro, con poche cose,  non mi trucco, c'ho i capelli che sembrano un mocho vileda, mangio quello che capita, viaggio con sconosciuti, cambio lavoro, paese, vita.
Tu hai un beauty case che è più grosso della mia valigia, quando la gente vede una tua foto pensano che mi avete adottato, avresti dovuto aprire un ristorante, per fare un viaggio tocca dirtelo in anticipo di un anno.

Eppure sotto questa scorza superficiale siamo uguali.

Da te ho imparato a farmi un quattro per la gente (anche quelli che non se lo meritano), a stare sempre attentissima a tutto ciò che vedo e sento, perché potrebbe interessare a qualcun altro, potrebbe aiutare qualcuno in difficoltà.
A preoccuparmi e a tenere a mente date e occasioni importanti.
Ad essere sempre ospitale ed accogliente.

Da te mi viene la creatività, i ghirigori che faccio su ogni foglio, diario, fotocopia, i disegni, le cose che invento, sono un ricordo di quando ti vedevo dipengere sul vetro, di quando ti vedevo creare all'uncinetto, da quando ti osservo ancora elaborare il pranzo di Natale nei minimissimi dettagli affinché sia sempre nuovo e sorprendente.

Da te ho imparato fin da piccola a gestire le mie finanze, a stare attentissima alle spese, a sapere dove vanno a finire i miei soldi. Potendomi permettere così di viaggiare, di risparmiare, di godermi tante bellissime esperienze.

Da te ho capito come razionalizzare, organizzare, pianificare.

Ora, dopo quest'anno in Slovenia, e in un periodo un po' tosto per te, mi piacerebbe insegnarti a rilassarti un po', a dedicare un po' di tempo a te stessa e a quello che ti interessa, a cancellare i mal di testa assassini che ti rovinano le giornate come rovinavano le mie.

Mi piacerebbe regalarti una giornata calda, di quelle di quando ero piccola e ce ne andavamo al mare, e tu potevi infine rilassarti un po', crogiolarti al sole, leggerti un libro.

Mi piacerebbe regalarti una notte intera di sogno profondo, senza sogni, ne incubi, ma solo riposo.

Mi piacerebbe dirti che quello che sono ora lo sono grazie a te, ai tuoi sforzi, ai tuoi sacrifici, al tuo mettere la tua famiglia prima di tutto.

E anche se non ce lo diciamo mai, te lo dico qua, così te lo rileggi quando ti pare

ti voglio bene mamma.

(e ora, se ti ho fatto scappare una lacrimuccia, corri a rimetterti il rimmel e a darti una ripassatina al rossetto già che ci sei!)

12.5.12

Lo sai che i papaveri ...

... son alti alti alti ...

Per gli stranieri che leggono, trattasi della canzone Papaveri e Papere a cui non pensavo da almeno 20 anni. La canzone recita nel ritornello:

Lo sai che i papaveri sono alti, alti, alti,
e tu sei piccolina, e tu sei piccolina, ...

Io sta storia dei papaveri alti alti alti non l'avevo mai capita, perché i papaveri che finora avevo visto per il mondo erano di una normale misura fiore di campo, tipo margherite.

Poi andando a scuola l'altro giorno ho capito che la canzone doveva parlare decisamente di papaveri sloveni. Non so se dalla foto si capiscono le reali dimensioni di questi papaverozzi, alti quasi un metro! Ma come la annaffiano la terra in Slovenia?



Lo stesso giorno a lezione di spagnolo di pomeriggio con i miei gruppi di adulti, ero talmente stanca che ho detto a uno degli alunni di alzarsi e venire lui alla lavagna a scrivere la coniugazione dei verbi.

Ora, io gli alunni per ora li avevo visti solo seduti, quando entrano ed escono dalla classe li guardo distrattamente, e non ci avevo mai fatto caso.
Beh, scrivevo alla lavagna mentre Miha si è alzato per venire a coniugare il verbo e ho fatto un salto quando si è avvicinato. Mi supera di circa 30cm.

SONO UNA NANA!
Non basta non riuscire a imparare lo sloveno, mentre i ragazzini di IV elementare possono permettersi già di fare discorsoni in inglese. Non basta essere battuti nelle scalate di una montagna collina da bimbi di tre anni.

E menomale che sono pure cresciuta da quando sono arrivata qui (meno stress, il cibo della mensa scolastica, più vita all'aria aperta e la mia colonna vertebrale evidentemente spiaccicata in Spagna, qui in Slovenia mi ha concesso quasi un centimetro in più).

La canzone continua dicendo ...

Sei nata paperina, che cosa ci vuoi far ...

(la potete ascoltare qui)

Io invece in Slovenia sono la madre gallina ... nella recita scolastica!


Questa settimana è stata davvero intensissima a scuola:

- recita per i bimbi più piccoli per introdurli alla lingua inglese: la storia di Willy il porcellino che voleva volare, organizzata da Marjetka e da Sabina con quelli di anno 9 (e in cui appunto io ero la gallina vecchia fa buon brodo); canzoni in inglese cantate da un gruppetto di quelli di IV; scioglilingua in inglese recitati da altri studenti di anno 9.
Il tutto alle 7.40 di mattina. Che ci ben comincia è a metà dell'opera!

- millantamila lezioni, mattutine e pomeridiane. Ieri quelli della classe 6, che non vedevo da 3 settimane, erano davvero sinceramente felici di vedermi, e a ripensarci mi scappa quasi una lacrimuccia.

- un nuovo assistente dalla Colombia, Sebastian, che sarà da scuola da noi per alcune settimane, e  a cui faccio da tutor io; poveraccio, l'ho talmente bombardato di informazioni e l'ho subito buttato nella bolgia infernale, la classe 7b. Ma secondo me è meglio così, cominciare con i ragazzini più scalmanati e poi passare a quelli più tranquilli te li fa davvero apprezzare! I ragazzini dovevano intervistarlo, e gli hanno chiesto fra le altre cose: are you a sexy boy? Do you have a wife or two? Do you like the teacher (Cecilia)? Do you like Miami beach girls?

- una giornata di insegnamento congiunto io e Gesche/la tedesca, anche lei comenius in un'altra scuola qui in Slovenia e in visita nella mia scuola ieri. Abbiamo fatto lezione con:

* quelli del sopracitato anno 6, che si sono comportati sorprendentemente benissimo e hanno fatto un sacco di domande intelligenti e si sono divertiti a pronunciare parole in tedesco come Donaudampfschiffahrtsgesellschaftskapitän e a far pronunciare a Gesche parole in sloveno con un sacco di R.

* quelli dell'anno 9, su Romeo e Giulietta, (quindicenni, sconvolti quando gli ho raccontato del mio folle amore per River Phoenix quando ero adolescente e a cui ho fatto vedere la mia foto di quando ero giovine che trovate qui ) . In questa classe io e Sabina (la mia tutor, che ha la mia età ed era anche lei presente) abbiamo riflettuto su come l'arrivo di internet abbia cambiato gli amori delle adolescenti.
Io, per avere foto di River Phoenix con cui tappezzare la mia stanza oltre a quelle della rivista Cioè, dovevo aspettare che qualche mia amica di penna straniera ne trovasse qualcuna e me la spedisse, in cambio di qualche altra foto di un suo amato. Ora è tutto a portata di click, di stampante, di facebook, non c'è più la stessa trepidazione.

-  i ragazzini del sostegno, molti dei quali non sono neppure mai stati a Lubiana, e per loro aver in classe non una, ma due straniere, deve essere proprio come avere a che fare con degli alieni.

Nella mia scuola ci sono varie divisioni a seconda di livelli ed abilità, io ci ho messo circa 4 mesi per capirle, ma riassumendo funziona  così: (se non vi interessa il sistema educativo, saltate pure tutto questo lungo paragrafo verde!)

> I ragazzini con quoziente intellettivo nella media e sopra la media sono insieme in classe fino alla 5 elementare come in Italia o in Spagna. C'è una maestra per tutte le materie, e poi spesso una diversa per inglese ed educazione fisica.
Alle medie in I e II, per alcune materie (inglese, sloveno, matematica) sono tutti insieme due giorni a settimana e separati per livelli 1 giorno o 2 a settimana (i livelli sono 1-2-3, dal più basso al più alto; quest'anno di livello 1 in tutta la scuola ci sono solo tre ragazzini).
In anno 8 e 9 (cioè III media e I liceo, ma qui sono ancora alle elementari) sono invece sempre separati per livello, almeno in inglese. Quindi ci sono 4 classi in cui i ragazzini parlano inglese perfettamente, ed altre 5 di livello 2 (inglese medio in slovenia, ma decisamente alto per esempio se paragonato con l'Italia o con la Spagna).

Poi ci sono le classi di sostegno, che sono composte da ragazzini a cui è stato somministrato il test del quoziente intellettivo e sono sotto la media. Hanno libri speciali, programmi speciali ed insegnanti speciali, che si sono qualificati con un apposito corso (per esempio Sabina e Marjetka). Non stanno in classe con gli altri. Hanno difficoltà di apprendimento varie e le classi sono meno numerose. Non so se sia un bene o un male per loro, perché non si relazionano con gli altri ragazzini di scuola, ma con questo sistema sono più seguiti e protetti.

Poi nella mia scuola ci sono anche un gruppo di ragazzini con sindrome di down e con gravi ritardi mentali. Sono seguiti da maestre speciali, e non so esattamente cosa facciano, perché li vedo solo a mensa e sono sempre incuriositi dal fatto che io non parli sloveno.

Insomma, sono esausta.
Menomale che come sempre il tempo sloveno è dalla mia parte e oggi ha piovuto.
Il tempo ideale per starmene in casa a riposare un po' questo fine settimana e pensare al prossimo viaggio (Belgrado, fine maggio/inizi giugno).
Se non mi avessero dato il prolungamento questo sarebbe stato il mio ultimo weekend qui e martedì il mio ultimo giorno di scuola.

Dato che improvvisamente ha cominciato a fare caldo, indosso di nuovo i vestiti che portavo ad agosto al mio arrivo. Eppure non sono più la stessa dentro questi pantaloni e questa maglietta blu.

In Slovenia posso dire di aver trovato un equilibrio ed una pace interiore che cercavo da anni e che nessun altro Paese, neppure la Scozia, mi aveva dato.

Ripenso che sarei voluta venire qui in erasmus 13 anni fa e sono convinta che invece è stato davvero giusto così. ORA. Quando le mie priorità, i miei interessi, il mio stile di vita sono altri, questa città è il mio specchio e la mia lampada, e il mio personalissimo genio sloveno sta esaudendo tutti i miei desideri.

Sarà il famoso karma, che infine mi restituisce ciò che ho dato in questi anni?

O sarà  qualcosa che mettono nell'acqua slovena, che fa crescere i papaveri alti alti alti e che ha trasformato me in quello che sono ora?

6.5.12

Sei di Broccolin?

Mi ci sono pure fatta regalare l'ipad autoconvincendomi che cosí in aeroporto ne avrei approfittato per leggere i grandi classici.
Oggi ho pure cominciato a leggere Lewis Carroll, ma poi neppure Alice e le sue meraciglie hanno saputo distogliermi da ciò che di solito faccio durante le ore e ore in terra di nessuno.

Poi ero pure un po' incavolata perché la navetta che mi avrebbe dovuto recuperare verso le 11 era invece bloccata a Venezia città in attesa di altri passeggeri e avevo un'altra ora e mezza di tempo da ingannare. E durante il mio tempo aeroportuale, quando mi sono svegliata alla 4.30, quando casco di sonno e piove e io mi sono messa i calzini estivi e provo a connettermi a internet - a pagamento - e l'ipad non ne vuole sapere, beh, l'unico rimedio è cercare quelli che attaccano bottone.
Ma non con me.
Con altri.
E mettermi lì ad osservarli, perché in aeroporto intanto non se ne accorge nessuno.

Ed eccolo, lui americanone giuggiolone, con giuggiomamma, giuggiopapà e giuggiofratello al seguito, tutti ad attendere la navetta dell'hotel che dovrebbe essere là ad aspettarli, ma non c'è.
E l'americanone, con un tic che fa l'occhietto a tutti quelli che passano, ha studiato l'italiano, e ingenuamente chiama l'hotel e sbaglia numero e si fa una bella chiacchierata con una signora veneziana, e poi ci rinuncia, che la navetta prima o poi arriverà, c'è scritto sul depliant.

E mentre la giuggiomamma e il giuggiopapà, in maniche corte, calzoncini, e scarpe da ginnastica e calzini bianchi, attendono con lo sguardo perso nel vuoto, mentre il giuggiofratello si scofana qualcosa che ha tirato fuori dal valigione, l'impavido americano punta la sua preda e attacca bottone.

Con un adolescente. Di Palermo. Che viaggia con mammapapànonnaziavicinadicasacuginettoziocognato. Una bolgia di gente.
L'adolescente grassottello fuma insieme al cuginetto di 12 anni.
E accoglie festoso l'americano, a cui fa una sorta di terzo grado e con cui condivide gioiosamente informazioni.

AP : adolescente palermitano
GA: giuggioamericano

...

AP: sei americano, di Broccolin? (ndr: Brooklyn)
GA: Broccolin? No, del Kansas ...
AP: ah, io c'ho un amico in California, si chiama Antonio Cicerone. Lo conosci?
GA: mmmm, sai l'America è grande, moooolto grande ...
AP: ah, però c'ho pure il figlio del mio vicino che studia in Florida. Si chiama Gaetano. Lo conosci?
GA: mmmm, no ... Io studio a Washington in realtà.
AP: ah, a Uoscinton si parla italiano?
GA: no, lo studio all'università ...
AP: ah, io pure studio l'americano. (E rivolto al giuggiofratello) uocciunne? (what's your name?).
GA: (per evitare che la conversazione continui in inglese) Che mi consigli di vedere a Venezia?
AP: guarda, tu prendi l'aereo e scendi a Palermo che si mangia meglio: gli arancini ... (spara altri 300 nomi di cose da mangiare, io non me conosco la metà).
GA: ah, sì, adesso vediamo Venezia, però poi ... Magari ... Chissà ...
AP: (con più enfasi) ma a Piazza tal dei tali, sotto casa mia, tu vieni e ti fanno gli arancini grossi come (non capisco cosa dice dopo, ma il gesto sconcerta un po' l'americano).
Madre AP: (urlo richiamo prole)
AP: allora baibai, ci vediamo a Palermo.


Guardo l'americano di nascosto e sorride, felicissimo di aver appena vissuto ed assaporato un pezzo di Sud senza neppure mangiarsi un arancino.

Siciliani e palermitani, per favore, non vi offendete.
Tutta questa scena mi ha fatto una grande tenerezza e ha fatto felice un po' anche me, il tempo è passato, il mio shuttle-bus è arrivato e io me ne sono tornata in Slovenia ridendo al pensiero di Sei di Broccolin?

4.5.12

Hai studiato a Oxford?

A Roma vivo a Garbatella e così mi capita di starmene distesa sul letto della mia stanzetta di bambina che dal sul garage, a rileggere diari segreti di quando facevo il I liceo ed ero innamorata di C. ed ero praticamente una stalker e mi segnavo ogni giorno che vestiti portava C. e se prendeva l'autobus per andarsene a casa da scuola e se all'ora di ricreazione passeggiava per il corridoio e se guardava una bionda riccioluta di cui io credevo fosse innamorato.
C., perdonami,deve essere stato pesante davvero essere perseguitato da una copia gotica di Bridget Jones, e menomale che non ti ho mai spedito una lettera d'amore che ti avevo scritto col sangue.

In ogni caso, mentre sono distesa su questo letto di un metro e settanta per uno, e rimembro quei dolci momenti di adolescenziale follia, ecco che sento la delicata voce del garagista del parcheggio che ho proprio sotto le finestre. Una signora furbetta o totalmente idiota ha parcheggiato la sua macchina sporgente sull'accesso al garage e ne scaturisce un ameno scambio di battute:

- a signooooò, mica ce p(u)ò parcheggià qua davantiiii. {questo lo urla dal fondo del garage con una voce da lucifero camionista fumatore accanito che fa vibrare i vetri}
- ma sono solo 5 minuti. {ribatte lei con voce da oca}
- a signoooooò, ma che nun lo vede che le macchine nun ce passano?
- ma sono solo 5 minuti, me devo andà a depilà ... {tutto ciò gridato dalla strada al garage, e io che sto al II piano li sento come se fossero in cameretta con me. Me la immagino pure la signora, la tipica con il tanga che sbuca sotta la tutona di ciniglia, col mollettone, la ricrescita e le scarpe da ginnastica dorate}.
- a signooooò, e che te credi che nun lo so che c'avete 'na foresta? Mica ce se mettono 5 minuti a depilasse. {notare il passaggio dal formale al tu, della serie non mi freghi, io di donne ne ho avute a bizzeffe. C'è stato anche qualche altro commento che non riesco a riprodurre, perché mi sono persa nella foresta dei miei pensieri antropologici).

Oggi ho preso la metro e nel giro di 20 minuti ho assistito a 2 episodi che mi hanno scioccata.
Mi sento proprio il topolino di campagna che va in città e ne vede di tutti i colori.

Aspetto la metro alla Stazione Termini e sulla banchina opposta un tipo vestito tutto di bianco insegue un uomo di colore ben vestito, giacca e cravatta e valigetta e gli molla un pugno sulla schiena. L'uomo nero si gira stupefatto, cerca di ribattere, ma il gangster bianco nanerottolo e accompagnato da altri due rapper bragaloni che si scagliano anche loro contro il nero. La gente comincia a urlare, alla romana, ahoooo, ahhooooo, un tipo coraggioso prende sotto braccio l'uomo di bianco per chiedergli spiegazioni, ma nel frattempo gli altri due inseguono l'uomo in giacca a cravatta che si vede costretto a lasciare la banchina e uscire dalla metro.
Nel frattempo l'uomo di bianco spiega farfugliando che quello l'aveva guardato, anzi no, che li aveva dato un pugno, ma come, se loro erano dietro e quell'altro camminava tranquillo e per i fatti suoi davanti?
Insomma, mi ero scordata che questi episodi sono all'ordine del giorno a Roma Caput Mundi, e ho ricordato com'è vivere in una città in cui non ti senti sicuro.

Esco dalla metro, sono di nuovo a Garbatella, e sulle scale mobili c'è una tipa coattona che urla. Non perché sia arrabbiata o stia litigando con qualcuno. È con due amici e urla i cavoli suoi, 2 parole e 5 parolacce, e si agita.
Un altro povero passeggero che se la ritrova dietro e sta parlando al cellulare, si gira e gentilmente le chiede di abbassare il volume.
E lei che fa? Comincia a sbraitare ancora di più e gli grida conto: maschilista, sei una maschilista. MASCHILISTA!
E lui, sconcertato, ribatte: ma come maschilista, io chiedevo solo di abbassare un po' il volume, di essere un po' più educata...
E lei lo prende a borsate: maschilista maschilista, mo' che solo i maschi possono dí parolacce? Maschilista, maschilista, se rinascevo rinascevo maschio. Ineducato! - e poi giù tutte le parolacce che conosce, come fosse un esame, so questa questa e pure questa. Giù tutti i Santi dal paradiso, e i morti, e la madre del povero tipo.
Che svicola, avrà 60 anni e lei 20, e cavoli, se non tuo nonno, potrebbe essere tuo padre mi verrebbe da dirle.
E che mi urlerebbe contro allora?

E mi chiedo, ma l'educazione quand'è che è diventata un optional?
Perché il garagista e la foresta può pure essere folcloristico, però tutto il resto è un po' (molto) preoccupante, non trovate?

30.4.12

Da ricordare ogni giorno


Sono tornata dalla Bosnia da una settimana eppure, di tutti i viaggi, mi pare che è quello di cui non riesco a smettere di parlare. Ne parlavo oggi con il marito di mia cugina che è militare, e che ci è stato in Bosnia, proprio dopo la guerra, quando era tutto distrutto.

Continuo a leggerne e a cercare informazioni, video, canzoni, come se facendolo ora fosse un atto di dolore per il peccato commesso tanti anni fa, quando tutti noi, al di là di questo mare, ignoravamo quel conflitto e intanto un paese veniva raso al suolo e le mine antiuomo venivano seminate nei giardinetti come fiori.





Io, pur avendolo studiato chissà quante volte, neppure mi ricordavo che l'attentato di Sarajevo, quello in cui rimase ucciso l'arciduca Francesco Ferdinando il 28 giugno 1914, fu la goccia che fece traboccare il vaso della I guerra mondiale.

Vivo ignorando la storia del mondo, quando tanti altri conflitti sono in atto ora, e in questo preciso momento c'è una bomba che scoppia, un bimbo che muore, una moglie che perde il marito, una mamma che piange, una nonna che muore di fame, un cane che cerca la sua famiglia che non tornerà più.

Non voglio essere tragica, o buonista, o lacrimevole.

Voglio solo non dimenticarmi della fortuna che ho, e ricordarmi quali sono le cose importanti della mia vita, che questi giorni sono a Roma, a casa, e me ne sto facendo una scorpacciata:

- giocare con Davide, il mio nipotino di 3 anni e fare finta che la scimmia di peluche si mangia le sue macchinine per poi sputacchiarle e lui che ride come un matto.



- essere obbligata da Aika, la canona che ride, ad accarezzarla, bloccata io tutta storta sulla sedia della cucina per un'ora, perché lei ha deciso così, che è l'ora delle carezze e degli sgrattuggiamenti e guai a smettere.



- fare una foto in bianco e nero a mamma e papà, dopo aver scoperto per caso quest'opzione nella macchinetta, e non ti azzardare a metterla su facebook, no, no, ma che dici mai ... la metto solo sul blog! (E mamma lo scoprirà solo quando me ne sarà riandata di nuovo, perché quando sono a casa mica legge il blog).


- Aprire il frigo e trovarlo pieno! Io in Slovenia non faccio la spesa perché mangio a scuola, ho il frigo che fa l'eco tanto è vuoto, e invece qua tocca chiuderlo a forza, e ingrasso ogni minuto, perché ci sono tutti i cibi di quando vivevo qua, tanto tempo fa, la crostata, l'uovo di Pasqua che mi aspettava, una colomba pasquale sopravvissuta, ovetti, scamorze e mozzarelle, quintali di frutta e verdura, le rosette, i baci perugina, che ho oggi mia mamma mi ha chiesto che volevo con il tè e ci ho dovuto pensare 1 minuto prima di decidere. Della serie che mi sono messa la tuta larga per poter scrofare senza costrizioni.

Poi ci sono pure le cose che non sopporto e che mi ricordano giornalmente che questa è l'Italia che ho lasciato perché c'è gentaccia troglodita che si urla per strada e in tv,  perché c'è il tg tragico che fa la lista dei suicidi causati dalla crisi dall'inizio dell'anno ma mai mai e poi mai che diano un consiglio alla gente o dicano qualcosa di positivo,  perché l'aria puzza e mi passa la voglia di uscire a fare una passeggiata perché non voglio fare il cacca-slalom sui marciapiedi.

Anche se ne varrebbe la pena, perché poi c'è la gelateria dall'altra parte della Circonvallazione, che fanno i gelati più grossi della mia capocciona.

Odi et amo.

Però tutto sommato da quando ho imparato ad essere felice e meno stressata, pure Roma, col suo folcloristico casino non mi dispiace. Ma non ditelo a mamma, che poi pensa che torno.

Tornando a Sarajevo e alla Bosnia, io credo che il meglio che si possa fare ora è sceglierli come meta per le vacanze. In fondo costa poco, ci sono tantissime cose belle da vedere, la gente è molto amichevole, la natura incontaminata, il modo di guidare sportivo come quello italiano:
E poi le torte e i dolci sono davvero fantastici.
Che volete di più?


 
Qui trovate tutte le foto del viaggio in Bosnia - Herzegovina.

Io me ne vado a cena a casa di una mia amichetta e mi papperò una bella pizza bufala-pachino, tanto per concludere la giornata in bellezza, o meglio in larghezza.

29.4.12

Il ponte di Mostar

Mostar si trova in Herzegovina.

Ci siamo arrivati percorrendo vallate circondate da montagne ancora innevate che seguono il corso tortuoso di un fiume. Se non ci fosse il limite di foto del blog che incombe su di me, ne pubblicherei un centinaio, perché la natura della Bosnia-Herzegovina è ancora selvaggia e le strade sembrano inghiottite dal verde e il pullman arranca e ci si ritrova su discese pericolosissime che ti aspetteresti di vedere qualcuno a dorso d'asino.



Mostar è una cittadina piccola, con viuzze strette e ciottolose, pericolosamente scivolose quando piove. Mostar sono negozietti, moschee e piccoli caffè, dove vendono il tradizionale caffè turco e deliziosi dolcetti.


Mostar sono uomini di altri tempi che non vogliono essere fotografati, ma che ti mostrano con orgoglio la chiave del portone del loro magazzino, come se costudisse chissà quali ricchezze.


Mostar non sarebbe forse così famosa se il 9 novembre 1993 le forze secessioniste croate non avessero deciso di bombardare e distruggere il ponte vecchio, parte integrante della cultura di questi luoghi.

http://it.wikipedia.org/wiki/Stari_Most

Io mi ricordo ancora quel giorno, quando seduta a pranzo a casa a Roma con i miei genitori, avevo visto al telegiornale le immagini video di quella distruzione.
Mi ricordo le lacrime di allora che si riaffacciano ora, perché allora come oggi sapevo che colpendo quel ponte volevano distruggere un simbolo e mettere contro persone che fino a quel momento avevano vissuto in armonia.


Ora il ponte è stato ricostruito, mi ricordo pure di aver visto un altro telegiornale, il 22 luglio 2004, in cui si inaugurava lo sforzo internazionale di riportare la pace in quei luoghi martoriati.

Però il ponte vecchio aveva più di 400 anni di storia e le nuove pietre sono ancora troppo bianche e troppo lucide per permettere ai ricordi e al dolore di essere dimenticati.

27.4.12

Bosnia, l'assedio, il tunnel, le rose

 Quando 6 anni fa ero in gita a New York durante il mio anno di assistentato Fulbright negli USA un giorno all'improvviso girai un angolo, e bum, Ground Zero.

Se me lo avessero raccontato, di quel senso di vuoto soffocante,  quell'energia negativa, non ci avrei creduto, avrei pensato che era tutta suggestione.

E invece quel giorno io giravo per New York felice e contenta, a fare shopping a tutto spiano, e non ci pensavo all'11 settembre, e poi avevo girato quell'angolo e avevo sentito la forza di quel buco nero, delle vite che non c'erano più.

Chissà come sarà dopo 20 anni.

La Bosnia a 20 dalla guerra anni non è solo tristezza e distruzione, ma anche il ricordo del coraggio delle persone di Sarajevo, sopravvissute a mesi di fame, sete, freddo e cecchini che si divertivano ad ammazzare civili (12000 morti, 50000 feriti) che se ne andavano al lavoro, o a cercare da mangiare, bambini, anziani, donne, uomini, senza logica e senza pietà.

Sotto l'aeroporto di Sarajevo, territorio neutrale delle Nazioni Unite, i bosniaci costruirono un tunnel (trovate informazioni qui e qui) di 800 metri, per scampare all'assedio,  il più lungo della storia del mondo moderno, ma non per fuggire dalla loro città, che senza popolazione sarebbe capitolata, sarebbe stata perduta.

Attraverso quel tunnel sotterraneo, quasi un chilometro di lunghezza e solo 1.60m di altezza e poco più di un metro di ampiezza, a Sarajevo venivano portati viveri, acqua, medicine e, sebbene fosse proibito, anche capre e altri animali. Venivano inoltre fatti passare i militari e armi per difenderla la città e portare fuori i feriti.

 Non riesco a immaginarmi lo sforzo immane, il senso di soffocamento, l'acqua a volte fino al ginocchio, le spalle cariche di viveri e poi una lunghissima camminata per tornare in città, e sperare di arrivarci e sfamare le proprie famiglie.

Ci sono stati fatti film, scritte poesie, canzoni http://en.wikipedia.org/wiki/Siege_of_Sarajevo

ma solo quando ti imbatti in una rosa di Sarajevo, una cicatrice nell'asfalto, solo allora la senti quell'energia positiva, il coraggio e la voglia di farcela che ci sono voluti ai bosniaci per sopravvivere quegli anni.


(Le rose di Sarajevo sono macchie rosse sulle strade della città che indicano i punti dove caddero le granate sparate durante l'assedio. I buchi sono stati riempiti, ma colorandoli di rosso, per non dimenticare).